Tennis
In campo ruba alle avversarie il tempo grazie a un tennis che punta sull’anticipo. E il tempo lo riporta anche indietro Sabrina Cantoni, fresca vincitrice del mondiale individuale Over 55 di Lisbona e da questo lunedì numero uno del ranking Itf senior di categoria. I genitori, ricevuta la notizia del suo trionfo iridato, non si sono trattenuti: le hanno manifestato tutta la loro commozione, un po’ come se le lancette avessero fatto dietrofront. «È stato meraviglioso, sembrava rivivessero le emozioni di quando, da piccola, telefonavo loro dopo i miei tornei» spiega Sabrina, parmigiana ma tesserata al Tc Albinea e insegnante al Tricolore di Reggio, città in cui si è trasferita circa 30 anni fa. «Hanno più di 80 anni, si chiamano Giuliano e Tiziana. Al loro si è aggiunto il sostegno di mio fratello Simone che era piccolo quando giocavo».
Da bambina, tra le migliori tre d’Italia, aveva perso la testa a prima vista - o meglio a primo impatto - per il tennis, e sognava in grande. «Palleggiavo sul muro vicino casa con un unico desiderio, vincere Wimbledon. Questa pallina, questa è la decisiva per farcela, mi ripetevo». Finite le superiori però Sabrina ha cercato di fuggire dall’agonismo che la sballottava in giro per l’Italia ma il tennis prontamente l’ha rincorsa. E ha fatto bene.
Ha smaltito le emozioni?
«All’inizio non mi sembrava neanche vero. Non me lo aspettavo e nemmeno l’affetto ricevuto».
Quando ha capito che poteva vincere?
«Ai quarti ho battuto in rimonta la testa di serie n.1, la tedesca Wurst. Mi è scesa una lacrimuccia. In realtà la partita più tosta - la finale con la svedese Seger è stata più semplice - si è rivelata la semifinale contro la spagnola Bielsa-Hierro, avversaria che è stata anche in classifica Wta. Ero sempre sotto nel punteggio».
Come ha fatto a spuntarla?
«Mi sono detta di avere coraggio, di giocare, ogni punto, uno alla volta, di non pensare, di fare il mio tennis, basta, solo questo. Le mie armi? Un gioco d’anticipo, il rovescio tagliato a una mano e una buona dose di palle corte».
Un repertorio costruito fin da piccola…
«Dai 10 anni. Mio padre da autodidatta giocava e mi sono incuriosita. Ho cominciato al Bormioli Rocco, poi al Castellazzo col maestro Sollini, a seguire Cus e Sporting, il primo circolo in cui ho insegnato e in cui mi allenavo anche quando giocavo nella Virtus Bologna. Da ragazza ero nel giro della Nazionale e sono stata B2. Ora mi torna utile proprio tutto quello che ho imparato allora».
Poi ha smesso con l’agonismo.
«Sì sono passata al calcio, in serie C. Poi ho iniziato a insegnare tennis e piano piano mi è tornata la voglia di gareggiare».
E con gli over quando ha cominciato?
«Dall’Over 45 dopo aver vinto un titolo italiano. Sono arrivati sette scudetti a squadre Over 50, 2 col Tricolore e 5 di fila con l’Albinea. Nel 2023, ho conquistato il mondiale a squadre Over 55, sempre a Lisbona. Quest’anno invece terze, con l’Olanda al doppio decisivo abbiamo fallito 4 match point. Un rimpianto».
Ma si è riscattata poco dopo nell’individuale.
«Mi è tornata indietro un po’ di fortuna. Non ho avuto nessun problema fisico».
Lei è scaramantica?
«Poco. Ma stessa panchina del giorno vincente, stesso asciugamano e completino. Meno male che avevo la lavatrice!»
Che atmosfera si respira in questi tornei?
«C’è lealtà. Giocare ancora è un privilegio. E si creano anche rapporti umani arricchenti. Ci tengo a ringraziare Alessia Zerbino. Ha giocato i mondiali Over 50 e poi mi ha sostenuta come coach. Bello poi interfacciarsi con culture diverse anche se quando mi parlano l’inglese troppo velocemente mi limito ad annuire (ride ndr)».
E coi tornei riesce a viaggiare anche molto.
«Sì, Città del Messico, Ulm… Oltre a Lisbona ho amato Miami, il mio primo mondiale, e anche Umago».
Idoli di oggi e di ieri?
«Federer, è il tennis secondo me. E la Navratilova. Ora adoro il gioco di Alcaraz anche se quando sfida Sinner ovviamente tifo per l’azzurro, un fenomeno. E poi Velasco».
Se si dovesse presentare con tre aggettivi?
«Testarda, permalosa e umile. Quando guardo giocare gli altri penso sempre che siano più bravi di me. E mi metto in discussione. Anche come allenatrice».
Sicuramente sarà un esempio, anche per gli adulti
«Lo spero. Non è mai troppo tardi e ai miei allievi voglio dire: “Non giocate per vincere ma per voi stessi. Il tennis aiuta anche nella vita. Quando ero alle prese con le interrogazioni non tremavo mai».
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