INTERVISTA
Il presentatore del concerto dei finalisti del Concorso voci verdiane, oggi alle 17,30 al Teatro Verdi di Busseto, sarà Elio, ovvero Stefano Belisari. Prima di raggiungere il successo con il gruppo «Elio e le Storie Tese» il cantante ha intrapreso studi musicali tradizionali, diplomandosi in flauto traverso.
Qual è il suo rapporto con l’opera?
«Mi piace da sempre tutta la musica classica, ma con l’opera ho un rapporto strano: fino a un certo punto, la odiavo. Poi, nel ‘98, mi ha chiamato Azio Corghi per cantare in “Isabella” al Rossini Opera Festival e lì ho cambiato completamente idea. Vivendola dall’interno mi sono accorto dello sbaglio che avevo fatto. Da allora mi sono trasformato in una specie di paladino dell’opera perché parto sempre dalla qualità e da una mia considerazione: si è sempre dato per scontato che il pubblico conoscesse le opere liriche, ma è un dato di fatto che chi se ne intende ormai è una percentuale irrisoria. Tutto il mondo della classica è un concentrato di qualità, ma in un’epoca come questa la qualità ha percentuali da particelle nell’acqua minerale. Mi sono messo a fare spettacoli per presentare l’opera a un pubblico di non appassionati: proprio l’altra sera ero a Napoli con un “Flauto Magico” dove io racconto la storia, insieme a una cantante lirica, Scilla Cristiano. Questo lavoro funziona e se, invece di lasciarlo fare a me in modo sporadico, fosse organizzato con metodo potremmo costruire un pubblico di ascoltatori e apprezzatori delle opere liriche».
A quali opere assisterebbe più volentieri come spettatore?
«Se parliamo del mio gusto, io sono onnivoro, ma per il mio carattere mi piace ascoltare Mozart e Rossini perché mi fanno ridere. Mi ricordo, comunque, di essere venuto a Parma a vedere “Luisa Miller” con Nucci e Alvarez e l’opera mi aveva esaltato. L’atmosfera era molto simile a quella che si può sentire allo stadio, con un tifo e un entusiasmo incredibile. L’atteggiamento dovrebbe essere quello, non quello di trattarla come qualcosa di sacro.Recentemente ho scoperto che Eleonora Buratto, che ero andato a sentire alla Scala in “Simon Boccanegra”, è una fan accanita di Elio e le Storie Tese: ora siamo amici e mi ha raccontato che quando era piccola veniva a vederci. L’opera lirica è eccezionale e dal punto di vista qualitativo è quanto di meglio si possa ascoltare. Oltretutto è un prodotto prevalentemente italiano: non vedo perché non si debba insistere di più nella sua promozione. La mia impressione, però, è che il grande pubblico abbia paura di avvicinarsi perché è sempre stata presentata come qualcosa di altissimo».
Cosa ha da insegnarci oggi Verdi?
«La storia della sua vita: un uomo che ha sempre lottato contro le difficoltà. Mi ha sempre impressionato che mentre componeva un’opera buffa, nella stanza accanto ci fosse la moglie in fin di vita. Poi tutto quello che gli è accaduto, come la storia in conservatorio: ha conservato per tutta la vita la lettera di non ammissione e la sua carriera è stata una rivalsa verso questa gente che non aveva intuito chi fosse lui. Oppure il fatto che abbia pensato di costruire la casa di riposo per musicisti».
E dal punto di vista musicale?
«A parte la capacità di ideare melodie che resteranno per sempre, mi sembra un ingegnere quando costruisce gli intrecci delle trame. L’esempio più importante in questa direzione mi sembra il quartetto di Rigoletto nel quale si incrociano le vicende di quattro persone raccontate con una forza incredibile in pochissimo tempo. Per fare questo non basta il talento: ci vuole una mentalità da ingegnere. Io sono ingegnere e queste cose le apprezzo particolarmente».
Giulio Alessandro Bocchi
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