L'intervista
Il tema è molto sentito, e non più solo nelle zone di montagna: la crescente presenza del lupo sul nostro territorio con tutte le criticità annesse, che in particolare riguardano le predazioni di animali da allevamento e da compagnia.
Alessio Mammi, assessore regionale all'Agricoltura dell'Emilia-Romagna, con deleghe anche a caccia, fauna selvatica e agroalimentare risponde alle domande della Gazzetta.
Assessore, negli ultimi mesi il tema relativo alla presenza dei lupi tiene banco a livello mediatico, quale è la sua opinione partendo dallo sguardo che ha su tutta la Regione?
Il tema c’è e va affrontato con gli strumenti adeguati. La presenza dei lupi e anche i casi di predazioni sono aumentati, in Emilia-Romagna come in tutto il Paese. Del resto, lo scrissi già nel 2020 al Governo di allora e poi ai successivi, in lettere molto chiare, che era necessario un cambio di impostazione. Servono nuovi strumenti per gestire al meglio la situazione, senza ignorare o sottovalutare il problema, responsabilmente, evitando però di cavalcare le paure. A novembre assieme alle altre Regioni italiane abbiamo espresso nuovamente ai ministeri competenti le nostre preoccupazioni e la necessità che dal punto di vista normativo siano consentiti strumenti che permettano di intervenire in modo efficace e concreto nei casi specifici e problematici, dove la presenza del lupo rappresenta un serio pericolo. Peraltro, si tratta di azioni e metodi già indicati da Ispra in un protocollo tecnico, ma per realizzarli non bastano i documenti servono le norme nazionali e un piano di gestione della specie aggiornato. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, come sempre, fino in fondo, ma ci servono gli strumenti.
Quali sono i dati aggiornati sulla presenza di lupi in Emilia-Romagna e se possibile nel Parmense?
Il lupo è una specie caratterizzata da un’elevata mobilità, anche interregionale, per cui è più corretto ragionare in termini di stime più che di censimenti puntuali. Abbiamo collaborato attivamente alla mappatura nazionale realizzata da Ispra nel 2021, dalla quale emerge, in particolare nell’area analizzata fra Piacenza e Parma, una densità pari a 10,8 esemplari ogni 100 chilometri quadrati. Si tratta di un numero elevato che nel tempo si è esteso anche verso aree fortemente antropizzate.
Quali strategia ha adottato finora la Giunta per mitigare i danni da lupi?
A partire dal 2014, la Regione ha messo in campo tutto ciò che la normativa nazionale consentiva e consente, avviando una strategia che negli anni è diventata un riferimento anche per altre Regioni italiane. Si sviluppa su quattro pilastri principali: prevenzione, indennizzi, informazione e formazione, coordinamento istituzionale.
Per quanto riguarda la prevenzione, quali sono i numeri e le risorse messe a disposizione del comparto agricolo?
Ogni anno destiniamo 350mila euro per la prevenzione dai danni da fauna; di queste risorse, mediamente un quarto è rivolto all’introduzione di sistemi di difesa dagli attacchi da lupo, come recinzioni, cani da guardiania e altri strumenti di dissuasione. Rileviamo una forte attenzione da parte delle aziende parmensi: nel 2025, degli 85mila euro destinati alla prevenzione dal lupo in Emilia-Romagna, quasi la metà è stata intercettata proprio dalla Provincia di Parma. In questi giorni, inoltre, abbiamo pubblicato un bando straordinario con risorse del Psr pari a 2 milioni di euro, che consentirà di finanziare interventi più strutturati fino a 30mila euro. Grazie alla scelta di attribuire un punteggio prioritario alle domande di prevenzione legate alle attività zootecniche, tutte le richieste presentate fino ad oggi sono state approvate.
Ci può fornire qualche dato sui risarcimenti destinati alle aziende colpite, anche con riferimento al territorio parmense?
Nella provincia di Parma, nel corso del 2024 – i dati 2025 sono ancora in fase di aggiornamento – abbiamo registrato circa una ventina di attacchi al patrimonio zootecnico. Per ciascun episodio i tecnici regionali hanno effettuato un sopralluogo, fornendo supporto agli allevatori per evitare il ripetersi di tali eventi. Per quanto riguarda i ristori per le predazioni, nel 2024 nella provincia di Parma l’ammontare è stato di poco superiore ai 5 mila euro, circa un terzo dell’anno precedente. Dal 2025 abbiamo deciso di estendere gli indennizzi anche ai costi indiretti, dal recupero dei capi dispersi alle cure veterinarie per gli animali feriti, che in passato non venivano riconosciute, una scelta che ha registrato un forte apprezzamento negli allevatori.
Come si coordina la Regione con Province, Comuni ed enti come il Parco Nazionale dell’Appennino per gestire il fenomeno?
Il coordinamento è per noi fondamentale e continuo e coinvolge diversi livelli istituzionali e operativi: Polizie provinciali, Carabinieri forestali, Aziende sanitarie locali, sindaci dei territori interessati e aree protette. Sono inoltre presenti, come nel caso di Parma, gruppi locali che svolgono una funzione di monitoraggio delle situazioni critiche e supportano la valutazione delle azioni da intraprendere. Inoltre la Regione ha stipulato da più di un anno una convenzione con il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano che, attraverso il Wolf Apennine Centre, vanta competenze pluriennali nella gestione della specie.
Da più parti si dice che le Regioni dovrebbero avvalersi del sistema delle deroghe per intervenire nelle situazioni più critiche?
Il tema delle deroghe è estremamente complesso e spesso oggetto di fraintendimenti. Su questo punto è necessario essere chiari, anche per rispetto di coloro che vivono situazioni critiche. Le Regioni operano all’interno di un quadro normativo definito a livello comunitario e nazionale, trattandosi di specie protette. Qualsiasi azione al di fuori di questo perimetro espone l’ente che la adotta al rischio concreto di impugnazioni davanti ai tribunali amministrativi per illegittimità degli atti. Non è un caso che nessuna Regione a statuto ordinario, indipendentemente dal colore politico, e anche in presenza di danni superiori a quelli registrati in Emilia-Romagna, abbia mai fatto ricorso a questo strumento perché di fatto tale strumento è inapplicabile.
A che punto siamo in Italia con il recepimento del declassamento europeo del lupo?
Il declassamento approvato a livello europeo non è automatico e richiede un recepimento normativo a livello nazionale. Attualmente possiamo dire che nulla è cambiato e il lupo è ancora specie particolarmente protetta nel nostro ordinamento nazionale perché mancano i decreti e le modifiche normative necessarie.
Quello che chiediamo, anche alla luce dell’esperienza maturata in questi anni, è di essere coinvolti nel processo, mettendo a disposizione le competenze acquisite sul campo. Occorre una strategia complessiva e coordinata e su questo siamo pronti a fornire il nostro contributo al Governo e alle istituzioni coinvolte per affrontare un problema che incide non solo sulle produzioni agricole, ma più in generale sulle nostre comunità.
L.Soz.
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