Gentile direttore, entrare oggi in una banca è come visitare un luogo già archiviato. Gli sportelli ci sono ancora, le luci pure. Le persone quasi no. Uno o due impiegati presidiano un silenzio popolato da casse automatiche. I clienti interagiscono con schermi che non spiegano, non ascoltano, non aspettano.
Chi lavora lì non sembra occupato: sembra sospeso. Ci dicono che è progresso. Ma il progresso, quando svuota i luoghi e spegne gli sguardi, assomiglia più a una resa che a un’evoluzione. Il lavoro umano viene ridotto, sostituito, compresso. Il sistema però resta fondato sul lavoro umano. È qui la contraddizione. Se a produrre valore sono le macchine, chi pagherà pensioni, welfare, diritti? Gli algoritmi non versano contributi. I robot non invecchiano. Senza una redistribuzione reale, l’automazione non libera le persone: le parcheggia. Una società che accetta tutto questo non sta diventando moderna. Sta solo diventando efficiente nel rendere superflui i suoi cittadini. La vera domanda non è se le macchine lavorano meglio. La domanda è: chi si prenderà cura degli esseri umani che restano?