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Otto marzo

Per le parmigiane dietro le mimose c'è una storia di lotte

Dietro il giallo della mimosa: a Parma tra memoria, generazioni e la sfida di trasformare il simbolo in diritti concreti

Per le parmigiane dietro le mimose c'è una storia di lotte

08 Marzo 2026, 03:01

«Dietro il giallo della mimosa c’è una storia di diritti». Emanuela Fantechi sta passeggiando con un’amica in via Farini e le sue parole riportano subito alla dimensione più profonda dell’8 marzo: non solo una ricorrenza simbolica, ma una data che affonda le radici nelle lotte delle donne e delle lavoratrici del primo Novecento. È da quelle mobilitazioni che nasce il significato della giornata, legato alle proteste delle operaie di New York nel 1911 e di San Pietroburgo nel 1917. Alla vigilia della ricorrenza abbiamo attraversato Parma per capire come venga vissuto oggi questo appuntamento.

Le voci raccolte compongono un mosaico sfaccettato, fatto di memoria storica, abitudini quotidiane e domande aperte sul presente. Per qualcuno l’8 marzo rischia di restare soprattutto un rito. Lidia Barbieri osserva che «ormai è diventata un po’ come il 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne: giornate in cui si concentra molta attenzione, mentre negli altri giorni il tema tende a sparire». È qui che si gioca, secondo lei, la sfida più urgente: trasformare il simbolo in sostanza, costruendo «una parità concreta e meno ideale», capace di andare oltre il gesto del fiore.

Altri insistono sulla necessità di continuare a ricordare. Maria Felicia Silvestri è convinta che «la festa della donna dovrebbe essere ogni giorno», ma che sia comunque indispensabile mantenerla viva, «soprattutto in un periodo segnato da femminicidi e da una violenza di genere che continua a ferire la società».

Il significato dell’8 marzo cambia anche con le generazioni. Per Ludovica Anselmino, 19 anni, la giornata «oggi sembra aver perso parte della sua forza». Il gesto della mimosa rischia di essere frainteso, spiega, mentre dietro c’è una storia che «andrebbe spiegata meglio alle ragazze più giovani, perché non si riduca a un semplice regalo».

Uno sguardo che si intreccia con quello di chi ricorda un clima diverso. Katia Fomentelli ripensa agli anni in cui la ricorrenza entrava nelle case anche attraverso la rivista Noi donne, «e si percepiva una partecipazione più convinta». Oggi, racconta, «sembra che l’8 marzo venga vissuto con meno consapevolezza, come se l’abitudine avesse attenuato la sua carica originaria». Eppure la giornata resta anche un momento di mobilitazione.

Francesca De Marco la vivrà in piazza, convinta che «in un periodo storico così delicato la manifestazione conservi ancora un valore forte». Per lei l’impegno parte dalle scelte quotidiane, «dal linguaggio che usiamo e dalle relazioni che costruiamo ogni giorno».

Tra gli uomini prevale il gesto immediato della mimosa. Marcello Rossetti pensa alle donne della sua famiglia: «Un pensiero per mia madre e mia sorella non manca mai, magari preparando anche qualcosa da mangiare». Un gesto semplice, che resta per lui «un modo per ricordare un momento importante». Marco Faccini prova invece a tenere insieme simbolo e quotidianità: «È un’occasione per un’attenzione in più, ma il rispetto dovrebbe essere presente tutto l’anno». L’8 marzo, dice, serve proprio a questo: fermarsi, guardare meglio, ricordare.

E poi ci sono i fiorai, dove l’arrivo della ricorrenza si riconosce prima ancora di parlarne. In vetrina domina il giallo: piccoli globi luminosi riempiono i mazzi, colorano i banchi e portano nell’aria un profumo leggero, quasi polveroso. Nel negozio Greenery, Monica e Francesca raccontano che la tradizione resiste, e che «la mimosa resta il fiore simbolo della giornata», scelta per il suo colore vivo e perché è la vera protagonista della stagione. Così Parma si prepara all’8 marzo tra memoria, gesti quotidiani e riflessioni diverse.

Tra chi chiede cambiamenti concreti, chi scende in piazza e chi porta un fiore a casa. E tra quei piccoli fiori gialli che tornano ogni anno a ricordare che dietro la mimosa, come suggerisce Fantechi, non c’è solo una tradizione: c’è una lunga storia di diritti.

Asia Rossi

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