Margherita Becchetti parla del suo saggio
Era il quartiere dei poveri: affamato, diversificato, calpestato e lasciato indietro da una società che, dall’altra parte del ponte, distante per estrazione e possibilità, non percepiva le sue difficoltà. Ma era anche il perimetro cittadino in cui ai soldati del re prima e alle camicie nere poi non era permesso entrare, letteralmente.
Nella sua introduzione scrive: «Le storie che racconto occupato uno spazio importante nel mio immaginario e quando penso a un’epoca o a un luogo in cui mi piacerebbe vivere, i borghi ottocenteschi dell’Oltretorrente segnano il mio orizzonte». Come mai?
«La nostra è un’epoca di generazioni sperdute: non siamo più circondati da forti ideali e pochi di noi sentono passione per la trasformazione del futuro e dell’esistente. Quando, invece, studio quegli anni, mi sembra che quelle pulsioni, collettivamente, venissero vissute in modo più intenso e, vista la mia personalità, ora mi sento orfana di certe tensioni al cambiamento. Vivo un tempo che non mi piace granché e non sento, intorno a me, una grande spinta per cambiarlo».
Che epoca era quella che descrive nel volume?
«Grandiosa, perché la fine dell’Ottocento è il momento in cui, nel cuore delle persone, iniziano a insinuarsi davvero l’idea che i rapporti sociali possono cambiare, che chi è ultimo non è detto che debba rimanere sempre ultimo, che può pensare di cambiare una società ingiusta, piena di diseguaglianze. A Parma vecchia, per esempio, c’erano persone che potevano permettersi di vivere di rendita, senza alzare un dito e nel lusso più sfrenato, mentre dall’altra parte ce n’erano altre che guadagnavano 70 centesimi a giornata, quando il pane ne costava 35, e che vivevano nella miseria. Quella fu una fase in cui anche gli ultimi iniziarono ad alzare la testa e a rivendicare un altro tipo di società. E ai cartelli “Pane o lavoro”, che minacciavano la rivolta, se ne aggiungevano altri, come “W la rivoluzione sociale”, “Abbasso la borghesia”, “A morte il re”. Non fu più solo una protesta di pancia, ma il desiderio di mutare l’esistente per superarne le ingiustizie. Fu un’epoca di riscatto».
Gran parte delle vicende della storia contemporanea, a Parma, si sono svolte in Oltretorrente. Può spiegarne, da storica, le motivazioni?
«Le persone, nel quartiere, vivevano condizioni terrificanti e fino all’unità d’Italia duchi e duchesse, dai Farnese in poi, si preoccuparono di tenere a bada il conflitto sociale, dando ogni tanto un po’ di lavoro, affinché questo popolo dolente sopravvivesse. L’Oltretorrente è diventato un quartiere ribelle nel momento in cui la vita iniziò a essere messa a rischio (quando anche a Parma si alzò il prezzo del pane, il quartiere protestò e costruì le prime barricate per tenere fuori i soldati) e nel momento in cui la nuova classe dirigente liberale e capitalista del Regno non prese il denaro dalle proprie rendite, ma dalle tasche dei poveracci. Iniziarono a circolare anche qui nuove idee, che giravano in tutta l’Europa, che parlavano di rivolta, di “proletari di tutto il mondo unitevi” e di mutuo soccorso, che all’orizzonte metto un’altra idea di società. E siccome i soldati iniziarono a chiudere i ponti, non facendo passare nessuno, il teatro della protesta popolare, anziché agitarsi sotto i palazzi del potere, diventò il quartiere. I rivoltosi, quindi, salirono sui tetti e lanciarono tegole, intrecciarono i fili della luce per fermare i cavalli, tirarono su le pietre per lanciarle ai militari e fecero imbizzarrire gli animali».
C’è poi il tema che riguarda una certa ostilità verso le divise.
«In Oltretorrente gli uomini in divisa hanno sempre rappresentato uno Stato percepito come nemico e una minaccia che veniva dall’esterno doveva essere qualcosa da cui difendersi, tant’è vero che quando erano chiamati per sedare le risse nelle osterie tra i popolani, questi ultimi smettevano di picchiarsi tra loro e si scagliavano contro i militari. Questa è una dinamica fondamentale se si vogliono capire anche le barricate, perché nell’agosto del 1922, in una notte, un intero quartiere era pronto a difendersi. E se ci si chiede come mai, in poche ora, riuscirono a chiudersi e a barricarsi la risposta è proprio questa: qui, la gente era abituata a far riassorbire il conflitto interno per difendersi in modo compatto da una minaccia esterna, che prima era costituita dalle forze dell’ordine, i soldati del re, e poi dai fascisti».
È per questo che è diventato una leggenda?
«Il quartiere è stato mitizzato per le barricate, ma il mito appiattisce e quando si parla di Oltretorrente si tende a pensare a un luogo molto omogeneo, mentre storicamente le differenze di chi lo abitava erano tante. I conflitti esistevano e sfrondare questo mito, riportandolo alla storia, significa tratteggiare un mondo di classi popolari che, a fine ‘800, era tutt’altro che idilliaco, anche perché molto violento, fatto di persone ignorante che non andavano a scuola, quasi tutte analfabete. Se si consultano i registri della Pretura dell’epoca si vedeva come gli organi giudicassero stupri, atti di libidine su bambini e bambini e violenze domestiche quotidiane. Noi pensiamo al mito, ma non ricordiamo che, quando vivi nella miseria e nella disperazione la vita è faticosa».
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