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Capire il fenomeno delle baby gang: «Sfida agli adulti e richiesta d'ascolto»

Capire il fenomeno delle baby gang: «Sfida agli adulti e richiesta d'ascolto»

01 Febbraio 2022, 09:24

Soli, disorientati e indecifrabili. Provano a occupare spazi a cui non sentono di appartenere e, in alcune circostanze, cercano di imporre la loro presenza anche con atti violenti o disturbanti.

Le chiamano «baby gang», ma dietro a quei raggruppamenti eterogeni, spesso, ci sono adolescenti vittime di povertà educativa ed emarginazione sociale. Si è parlato di questo, l'altra sera, all’incontro virtuale di Betania Online, organizzato dal senatore del Partito democratico Giorgio Pagliari, e dedicato all’approfondimento di questo fenomeno. Moderate dalla giornalista della «Gazzetta» Anna Maria Ferrari, diverse voci si sono interrogate sulle soluzioni possibili per arginare il problema.

«Le baby gang non sono gioventù bruciata – ha detto Pagliari -. Non sono una manifestazione patologica relativa a un organo solo, ma una patologia diffusa. Prima bisogna ascoltare, poi approfondire e, infine, riflettere».
La prima a raccontare che percezione hanno gli adolescenti di loro stessi è stata Mafalda Bonati, studentessa 18enne del liceo Bertolucci, che ne ha descritto le caratteristiche principali: «È importante capire le cause, perché le violenze compiute non sono altro che la manifestazione di fragilità e frustrazioni nei confronti di una collettività che non li vede. Cosa può fare la società? Rafforzare la rete sociale, creando spazi di aggregazione positivi, in cui i giovani possano coltivare la loro parte migliore».

E se i numeri dei reati minorili aumentano, la dirigente scolastica Beatrice Aimi, esperta in neuroscienze educative, sottolinea la centralità di tre azioni di intervento: «Bisogna investire nei servizi 0-6, nella scuola e nei centri aggregativi. Si rafforzi la scuola pubblica come laboratorio sociale e luogo di partecipazioni di alunni e famiglie».

«In adolescenza manca l’accompagnamento a una presenza sociale costruttiva: i ragazzi si sentono ospiti della scuola e della città nella quale vivono ed esserlo significa non avere la possibilità di incidere – precisa Fabio Vanni, psicoterapeuta e referente del Programma Adolescenza dell’Ausl di Parma -. Dovremmo capire qual è il fenomeno davanti a noi, magari chiedendolo a loro».

Don Luigi Valentini, presidente della Comunità Betania, ha ricordato come il mondo non si occupi più degli adolescenti: «Quando osservo questi episodi estremi di violenza, mi chiedo subito che cosa vogliano dirci, cosa li abbia portati a quel punto e quale può essere lo strumento per contenere questo comportamento, perché non diventi pericoloso per loro e per gli altri».
Anche Fabio Groppi, psicoterapeuta e vice presidente Consorzio Solidarietà Sociale, si è soffermato sulle origini del disagio: «Il problema di questi ragazzi non è di matrice valoriale, ma è piuttosto una scarsa competenza a interpretare i confini di lealtà: non sono neanche trasgressivi perché sono scarsamente consapevoli dei propri agiti. Chiediamoci contro chi confliggono e quale progettualità evolutiva vogliamo proporre».
G.P.

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