Soli, disorientati e indecifrabili. Provano a occupare spazi a cui non sentono di appartenere e, in alcune circostanze, cercano di imporre la loro presenza anche con atti violenti o disturbanti.
«Le baby gang non sono gioventù bruciata – ha detto Pagliari -. Non sono una manifestazione patologica relativa a un organo solo, ma una patologia diffusa. Prima bisogna ascoltare, poi approfondire e, infine, riflettere».
La prima a raccontare che percezione hanno gli adolescenti di loro stessi è stata Mafalda Bonati, studentessa 18enne del liceo Bertolucci, che ne ha descritto le caratteristiche principali: «È importante capire le cause, perché le violenze compiute non sono altro che la manifestazione di fragilità e frustrazioni nei confronti di una collettività che non li vede. Cosa può fare la società? Rafforzare la rete sociale, creando spazi di aggregazione positivi, in cui i giovani possano coltivare la loro parte migliore».
E se i numeri dei reati minorili aumentano, la dirigente scolastica Beatrice Aimi, esperta in neuroscienze educative, sottolinea la centralità di tre azioni di intervento: «Bisogna investire nei servizi 0-6, nella scuola e nei centri aggregativi. Si rafforzi la scuola pubblica come laboratorio sociale e luogo di partecipazioni di alunni e famiglie».
«In adolescenza manca l’accompagnamento a una presenza sociale costruttiva: i ragazzi si sentono ospiti della scuola e della città nella quale vivono ed esserlo significa non avere la possibilità di incidere – precisa Fabio Vanni, psicoterapeuta e referente del Programma Adolescenza dell’Ausl di Parma -. Dovremmo capire qual è il fenomeno davanti a noi, magari chiedendolo a loro».
Don Luigi Valentini, presidente della Comunità Betania, ha ricordato come il mondo non si occupi più degli adolescenti: «Quando osservo questi episodi estremi di violenza, mi chiedo subito che cosa vogliano dirci, cosa li abbia portati a quel punto e quale può essere lo strumento per contenere questo comportamento, perché non diventi pericoloso per loro e per gli altri».
Anche Fabio Groppi, psicoterapeuta e vice presidente Consorzio Solidarietà Sociale, si è soffermato sulle origini del disagio: «Il problema di questi ragazzi non è di matrice valoriale, ma è piuttosto una scarsa competenza a interpretare i confini di lealtà: non sono neanche trasgressivi perché sono scarsamente consapevoli dei propri agiti. Chiediamoci contro chi confliggono e quale progettualità evolutiva vogliamo proporre».
G.P.
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