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Bernard, lo scalatore delle vette. E della vita

Bernard, lo scalatore delle vette. E della vita

06 Novembre 2022, 14:29

Forse nessuno al mondo conosce il Catinaccio come lui. Per Antonio Bernard - che lì in Val di Fassa ci è nato, ci ha vissuto per pochi anni perché la famiglia lo ha portato a Parma da ragazzino, ma c’è sempre tornato – quel gruppo montuoso nel cuore delle Dolomiti fra Trento e Bolzano, non ha segreti: Bernard ha percorso tutte le vie alpinistiche, creando anche nuovi itinerari, fra le torri che lo hanno reso celebre, le pareti scoscese, le frastagliate guglie tipicamente dolomitiche e le gole nascoste, fino ad arrivare lassù, a tremila metri di quota nel punto più elevato, che sembra toccare il cielo.


Nel 2008 ha deciso di mettere a disposizione questo suo straordinario patrimonio di conoscenza e di esperienza in parete, realizzando «La nuova guida del Catinaccio» (collana Sport Natura delle Edizioni Mediterranee), un’opera così apprezzata da esperti e addetti ai lavori che gli valse la vittoria nel premio Itas, abbinato al Festival di Trento, il più prestigioso premio letterario per la saggistica sulle tematiche della montagna. «Di guide dedicate ai nostri monti ne ho scritte diverse – precisa Bernard – ma questa la amo più delle altre, non tanto per i riconoscimenti ottenuti, che certamente mi lusingano, ma perché il libro mette insieme tre passioni che hanno segnato la mia vita. La prima è l’alpinismo: sono salito sulla montagna davanti a casa per la prima volta con mia sorella, legato in cordata, quando avevo otto anni. La seconda passione è il legame quasi viscerale con il gruppo del Catinaccio, che è praticamente casa mia: dalla mia camera a Pozza di Fassa vedo davanti a me le sue pareti, le ho scalate tutte, anche insieme ad alpinisti celebri come Alessandro Gogna e Graziano Maffei, e con alcuni di loro ho individuato diversi nuovi itinerari. La terza passione è quella della scrittura. Le guide sono libri di nicchia, ma hanno un loro mercato. Da letterato mancato mi piace anche scrivere racconti, ma me li sono sempre tenuti per me».


Bernard amava la letteratura, ma le vicende della vita lo hanno portato a laurearsi in lingue alla Bocconi e ad insegnare inglese alle superiori (da ultimo al liceo Ulivi) fino all’età della pensione: «L’attività di insegnante – fa notare – mi ha concesso di avere tanto tempo libero da dedicare alle mie passioni, ma mi ha praticamente reso impossibile affrontare le pareti dell’Himalaya, per una ragione banalissima: le vacanze scolastiche coincidono con la stagione delle piogge. Una volta ci ho provato, ho acquistato i biglietti aerei, ma il Ministero mi ha sconsigliato di partire perché c’era la guerra fra India e Pakistan. Così, fuori dall’Europa, sono salito solo sul Monte Kenia».
Bernard, iscritto al Cai da quando aveva vent’anni, ha fondato a Parma la scuola di alpinismo insieme a Pietro Menozzi, ha diretto la scuola nazionale di Alpinismo giovanile, ed era stato pure eletto presidente del Cai Parma, ma ha fatto come Celestino V: «Ho rifiutato la carica – ammette – perché non mi sentivo adatto a ricoprirla».
Le sue 1200 scalate in parete le ha vissute in massima parte sulle Alpi, in Italia, ma anche in Francia, Austria e Svizzera. Lui stesso si definisce un «dolomitista». Sulla parete est del Catinaccio, la cima conquistata da bambino, ha percorso 20 vie, ma ha spaziato sull’intero arco alpino: «Sul Bianco – ricorda – ho percorso la direttissima degli americani. Per conquistare la cima Dru abbiamo scalato per 23 ore senza fermarci, partiti di notte, arrivati la notte dopo». E ricorda un’altra impresa la direttissima dello Steger, percorsa in discesa, da solo, un baratro di 700 metri di dislivello, arrampicando senza corda doppia, cosa che nessuno aveva fatto prima. Chissà quanti rischi avrà corso nelle sue innumerevoli avventure a tu per tu con la roccia! Ma Bernard ha una filosofia tutta sua: «Non credo di aver rischiato – precisa - perché ho sempre avuto paura, non terrore, ma quella paura che ti impone di essere sempre attento e concentrato, con tre appoggi su quattro quando scali senza corda».


Ma una maledetta volta è successo. L’eccessiva confidenza e un attimo di distrazione lo hanno tradito 5 anni fa: «Ero su una palestra di arrampicata in val di Fassa – ricorda – ho dato un’informazione ad un altro alpinista, credevo di essermi già messo in sicurezza, invece, per una manovra mancata, mi sono trovato a quasi 75 anni, a fare un volo di 9 metri, con 23 fratture, un polmone bucato e la memoria del fatto cancellata. È stata dura, ma mi è andata bene, esperienza archiviata, e ho ripreso a scalare, anche se in modo adatto all’età. Quello fra me e la montagna è un amore che non è mai finito – conclude – perché la montagna è natura, mi piace vivere l’ambiente, gustare il paesaggio. L’alpinismo è un’avventura immersa nella natura. Per questo insegno arrampicata ai giovani, pur sapendo che non è vero che scalare una montagna ti rende migliore, ma la montagna ti aiuta a scoprire quello che hai dentro, se non hai nulla non scopri nulla».

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