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C'era una volta

La devozione nel taschino o nella borsetta: i santini erano i compagni segreti della vita quotidiana

Una religiosità umile e piena d'affetto

La devozione nel taschino o nella borsetta

di Lorenzo Sartorio

15 Gennaio 2026, 19:41

Chi ha bazzicato tempo addietro qualche casa colonica, qualche stalla, oppure le case dei nonni o di qualche vecchia zia, non può non ricordare quelle deliziose statuette in gesso appoggiate con reverente devozione su qualche credenza, oppure in una mensoletta della cucina, sopra il camino o nelle stanze da letto, che raffiguravano i santi più popolari come sant’Antonio da Padova e santa Rita.

Come pure nelle stalle non poteva certo mancare l’immagine, magari avvolta da qualche ragnatela, di «sant’ Antónni dal gozén» (sant’Antonio Abate), con un baluginante lumino rosso o giallo posto davanti all’immagine o alla statuetta incastonata in una nicchia del muro. Per non parlare di quei santini che la nonna custodiva fra le pagine del libro da messa dove non mancavano mai un paio dei petali secchi delle rose rosse di santa Rita che venivano benedette in chiesa il 22 maggio, ricorrenza della santa da Cascia.
Se oggi domandiamo ad un bambino cosa sia un «santino», non saprebbe cosa rispondere, anche perché, sia nelle chiese che a dottrina, il vecchio santino non è più di moda, è sparito ed è stato relegato nel polveroso e romantico capitolo della fede popolare dei nostri nonni.

Un tempo, in occasione delle solennità liturgiche più importanti (specie Natale) e della ricorrenza di alcuni santi molto popolari il sagrestano, girando tra i banchi, una volta raccolta la questua, distribuiva ai fedeli i santini; cosa analoga accadeva in occasione delle benedizioni pasquali.
Dal canto suo, anche il parroco usava distribuire i santini ai chierichetti ed ai ragazzi che si distinguevano nel catechismo rispondendo alla perfezione alle varie domande del famoso libretto che bisognava sapere a menadito per affrontare le impegnative tappe della Prima Comunione e della Cresima. I santini, che vissero la loro stagione d’oro dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Cinquanta, erano usati dalle nostre nonne come segna-messale. Infatti, quei vecchi messali con la copertina rigida nera, le pagine listate in rosso, i caratteri grossi per poter leggere meglio le varie preghiere, erano conservati gelosamente dentro il tiretto dell’armadio unitamente al velo ed alla corona del rosario più bella mentre quella «da tùtti i dì» (tutti i giorni) era appesa in cucina a ridosso del calendario di «Frate Indovino». I santini dagli uomini erano tenuti nel taschino, dalle signore nella borsetta e spesso fungevano da segnalibro. Contenevano sul retro preghiere e suppliche che i nostri anziani recitavano in determinate occasioni. Così è stato fino agli anni '70. Ad esempio, in campagna, quando incombeva un temporale e si richiedeva da Lassù una protezione per il raccolto, si recitavano le suppliche dei santini mentre si bruciava, con la candela della «Sèriola» (Candelora), l’ulivo benedetto della Domenica delle Palme per scongiurare la grandine. Di santini ne esistevano di diverse forme e fogge: da quelli molto spartani, a quelli più raffinati con leggiadri pizzi di carta ad altri, addirittura, vergati in carta pergamena e ricamati con disegni e preghiere dalle monache di clausura le quali, attraverso le lignea ruota del convento della «Cèza del Bambèn» di barriera Farini, li donavano all’offerente unitamente ad un cordino azzurro o rosa che i genitori provvedevano a legare al polso di maschi e femmine unitamente ad una medaglietta di zinco riproducente il Bambino di Praga.

E se i frati di San Pietro d’Alcantara di via Padre Onorio, distribuivano i santini della Divina Pastora e di sant'Antonio da Padova, quelli dell’Annunziata, distribuivano quelli che raffiguravano la splendida figura di Padre Lino tra i quali un santino che ritraeva il santo frate in una giornata nevosa in via D’Azeglio, mentre custodiva un neonato tra le pieghe del suo tabarro. Nelle chiese di campagna, i santini più gettonati erano quelli di «sant'Antónni dal gozèn», delle varie Madonne (della Consolazione, dell’Aiuto, ecc.), sant'Antonio da Padova, santa Rita, san Fermo, san Giovanni Bosco, Sacro Cuore. E, se per Natale era un florilegio di santini con l’immagine della Natività all’interno della grotta, della Sacra Famiglia, dei pastori, di tripudi di angeli a Betlemme e dei magi, anche per Pasqua non mancavano santini riproducenti la Resurrezione oppure il Cristo in croce con la corona di spine. Taluni santini, ad esempio, custodivano anche una reliquia (solitamente un minuscolo lembo della tonaca dei santi) oppure alcuni petali di «fiori della Terra Santa» come un raro santino francescano, ai piedi della culla del Bambinello.

E poi c’erano i santini che ricordavano le Prime Comunioni e le Cresime dei ragazzi, le nascite e le date più importanti di una chiesa o di una parrocchia. Comunque, uno dei santini più diffusi in tutto il parmense era quello di san’Antonio da Padova, sant’Antonio Abate e santa Rita da Cascia, una delle sante più venerate e considerate dalla fede popolare «l’Avvocata dei casi disperati» alla quale si dedicavano processioni nel mese di maggio tra tripudi e profumi di rose, mentre, a sant’Antonio da Padova erano dedicati i profumatissimi gigli bianchi di metà giugno. Altri santini ricordavano pure alcuni pontefici, altri ancora eventi miracolosi dovuti all’intercessione di qualche santo per lo scampato pericolo da incendi o alluvioni.
Santini, dunque, strumenti di fede e devozione, ma anche esemplari di rare collezioni come quelli raccolti in tanti anni da Gianfranco Bacchi Palazzi, classe 1937, nato a Chiozzola, ma residente storico del quartiere San Leonardo.

La passione di Gianfranco, molto probabilmente, deriva dal fatto che i bambini, specie in campagna, conservavano con cura i santini che donava loro il prete non solo a catechismo ma anche quando «l’andäva, compagné dal sagrestàn, a bendìr il ca par Pàscua» o quando andava, il 17 gennaio, a benedire le stalle nella ricorrenza «äd Sant’ Antónni dal gozén». Bacchi Palazzi, provetto falegname e mastro d’ascia, la passione per i santini l’ha sempre coltivata tanto da vantare una preziosa collezione con oltre un migliaio di esemplari sistemati in album che sono stati esposti anche in importanti mostre.
«A 88 anni - confessa Gianfranco - spesso sfoglio la mia raccolta con vanto ed anche tanta commozione e riesco sempre ad emozionarmi nell’osservare quelle immagini che infondono tanta serenità».
Un modo come un altro, quello dei santini, di manifestare la fede che un tempo i nostri nonni testimoniavano anche attraverso questi piccoli lembi colorati di carta che li accompagnavano tutta la vita e che la «rezdóra» conservava in un messale che odorava di naftalina, mentre il «rezdór» li racchiudeva in uno sdrucito portafogli tra conti scritti con la matita copiativa, alcune banconote, le fotografie dei propri cari, «‘na cuälca brìza äd tabàch e un cuälc spasadènt (stuzzicadenti)».

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