Promosso come sport «a rischio zero» (purché praticato all’aperto perché ora sono off limits i palloni pressostatici), il tennis ha schivato i Dpcm con il risultato di tesserare anche chi non aveva mai preso in mano una racchetta.
Anche se meno comunemente, Liuni spiega che si può manifestare senza cause o eventi predisponenti. «La denominazione di “gomito del tennista” nasce dal fatto che si manifesta spesso in chi pratica tale sport, ma può colpire chiunque faccia un uso ripetuto e vigoroso dei muscoli estensori. Penso a chi pratica professioni che sollecitano quotidianamente il gomito e la muscolatura associata e deve fare un uso ripetuto e usurante dell’avambraccio: falegnami, macellai o addetti alle pulizie».
E poi ancora, muratori, cuochi, idraulici, imbianchini, baristi addetti alla macchina del caffè od operai che svolgono compiti ripetitivi che chiamano in causa i muscoli citati. Che fare dunque se il gomito fa male? Non prendetelo… sotto gamba: rivolgetevi a uno specialista per scongiurare un’eventuale cronicizzazione.
«Il trattamento consiste nel riposo da sforzi, sport o attività ripetute e usuranti, anche per diverse settimane. Farmaci antinfiammatori per uso locale o per via orale sono utili per ridurre il dolore e il processo infiammatorio. Può essere consigliabile anche variare l’equipaggiamento sportivo: se si gioca a tennis, ad esempio, utilizzare una racchetta più leggera e meno rigida».
Lo specialista ortopedico potrebbe inoltre consigliare l’utilizzo di terapie fisiche «quali ultrasuoni, laser terapia o onde d’urto, a seconda della gravità del quadro clinico. Utili anche i tutori per l’epicondilite che mettono a riposo tendini e muscoli interessati, da usare prevalentemente durante l’attività sportiva o lavorativa. In casi selezionati, lo specialista potrebbe consigliare una terapia infiltrativa locale con corticosteroidei o fattori di crescita come il PRP (Platelet Rich Plasma), centrifugato dal sangue del paziente che appare efficace nel migliorare la sintomatologia clinica».
E la chirurgia? L’equipe di ortopedia di Borgotaro fa sapere che il trattamento chirurgico è necessario solo in una minima percentuale di casi. «In circa il 90% dei casi, si guarisce senza doversi sottoporre a un intervento e comunque solo se i sintomi non migliorano dopo 8-12 mesi di terapia conservativa. Dovendo intervenire, ci sono differenti tecniche che comportano la rimozione della porzione di tendine interessata dal processo infiammatorio degenerativo e l’eventuale reinserzione del tendine sano all’osso».
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