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“The river”, quarant'anni fa il capolavoro di Bruce Springsteen

“The river”, quarant'anni fa il capolavoro di Bruce Springsteen

25 Dicembre 2020, 05:34

di Michele Ceparano

Se c'è un album di Bruce Springsteen che può essere definito, senza fare torto agli altri, un capolavoro - mettendo d'accordo tutti i fans del cantautore statunitense ma anche gli ammiratori più “tiepidi” - quello può essere a buon diritto “The river”, che in questo 2020 ha da poco compiuto quarant'anni.

Un doppio di inediti in studio, quello uscito nell'ottobre del 1980 con cui questa rubrica chiude un intenso anno - il web infatti non può ancora essere fermato dal Covid - di recensioni. Venti brani in cui il rocker del New Jersey, prosegue nel momento d'oro iniziato nel 1973 con “Greetings from Ashbury Park, N.J.” e “The wild, the innocent & The E street shuffle”, “Born to run”, del '75, e “Darkness at the age of town”, uscito due anni prima di “The river”.

Quest'ultimo lavoro, che anticiperà un altro grande album (“Nebraska” del 1982) grazie anche all'apporto strepitoso della E-Street Band, continua il viaggio di Springsteen nel cuore della working class americana, nelle sue speranze e delusioni. Un viaggio ovviamente “on the road” a partire dalla title track, appunto “The river”, una canzone che è anche un lungo racconto che venne ispirato al cantautore nato a Long Branch sessantuno anni fa, dalla storia della sorella Virginia.

Più “mosso” e scatenato l'album 1, grazie a pezzi come “The ties that bind”, che compare nel titolo della “The river collection” pubblicata nel 2015 per festeggiare il trentacinquesimo anniversario del lavoro, “Sherry darling” , ma anche “Two hearts” e un brano destinato a diventare tra i più noti dell'artista come “Hungry heart”. Ma The Boss, com'è conosciuto Springsteen, scende anche in profondità quando parla del rapporto conflittuale tra padre e figlio (“Independence day”) e si abbandona al rock più sfrenato di “Out in the street”.

Più intimo e, a tratti, cupo l'album numero 2 dove il rocker regala però al suo pubblico altri pezzi indimenticabili a partire dal brano di apertura, “Point blank”. Ci si può poi a buon diritto scatenare, con l'irresistibile “Cadillac ranch”, più un film che una canzone, in cui il Boss pesca alcuni miti del calibro di James Dean e Burt Reynolds. Il viaggio, sempre o quasi a bordo dell'auto, continua tra i sentimenti (“Fade away”) e la noia quotidiana di “Stolen car”. Poi Springsteen si scatena di nuovo con “Ramrod”, molto apprezzata dal vivo, ma toccano vette elevatissime anche la sofferta “Drive all night” e la terribile “Wreck on the highway”, dove, come al solito per Springsteen, la strada non è solo un luogo reale ma anche, molto spesso, il posto dove nascono e si infrangono i sogni.

 

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