Lutto
Foto d'archivio
«Quando ho deciso di fare l’attore avevo 35 anni ed ero impiegato in Comune, a Ravenna. Facevo il disegnatore. Dopo 10 anni di impiego, ho deciso di licenziarmi per cambiare mestiere, senza paracadute. È andata abbastanza bene». Quando racconta la sua vita, a metà tra la finzione del cinema e il reale del quotidiano, Ivano Marescotti, lo fa sorridendo, con un accento che tradisce, in parte, l’appartenenza alla sua Romagna e, in parte, a quell’altrove tipico degli attori che hanno lavorato ovunque. Sabato a San Secondo l’artista, intervistato dal direttore artistico della kermesse, Gianluigi Negri, prima di ricevere il Premio Mangiacinema – Creatore di sogni, ha ripercorso l’inizio di quel cammino e dei riverberi che, inevitabilmente, ha portato nella sua professione.
«Ci ho messo cinque anni di gavetta dura - ha spiegato Marescotti, nell’arena del Museo Coppini, sottolineando, in dialetto ravennate, che per fare questo lavoro serve occhio, stomaco e molta fortuna -. Ho iniziato tra il 1981 e il 1982, in teatro, facendo nel bolognese qualche spettacolo in piccole compagnie per ragazzi. Ho debuttato realmente con due attori che, all’epoca, erano sconosciuti quanto me: Patrizio Roversi e Susy Blady».
E ricostruendo i passaggi di quel primissimo approccio teatrale, che si concretizzò con un primo spettacolo davanti a un pubblico pagante fatto di ragazzini e genitori, a villa Guastavillani, a Bologna, Marescotti ha raccontato come quello divenne l’esito di un incontro accaduto praticamente per caso. «Ospitavo un amico, un attore argentino, che, a causa di un impegno imprevisto, dopo essersi accordato per incontrare Roversi per quella parte mi chiese di sostituirlo fingendomi lui - ha detto l’attore, sorridendo -. Presi ferie in Comune, salii sulla mia moto e andai a incontrarlo. Lui mi disse: tu sei Claudio, ma io risposi di no e a quel punto, dopo avermi osservato, replicò che andavo bene lo stesso. Mi domandò dove avessi lavorato e io, bluffando, cosa che raccomando anche ai miei allievi, risposi: un po’ di qua e un po’ di là».
Quel «bluff» di fatto, aprì la carriera di Marescotti che, dal teatro al cinema, lo ha portato a lavorare letteralmente ovunque, essendo uno degli attori italiani più richiesti all’estero (durante la serata ha ricordato la sua collaborazione con Ridley Scott e Anthony Hopkins, durante le riprese di «Hannibal»). «A me interessa che il personaggio che interpreto sia presente e che lasci una traccia - ha concluso -. Il piacere dell’attore sta nel fare personaggi che siano il più lontano possibile dalla sua identità (più è lontano e più ti diverti). Ho fatto il prete, io che sono ateo, e non ho mai giudicato i personaggi. Interpretare significa cercare l’altro da sé, rendere credibile ciò che si sa benissimo non essere, perché il cinema è un mondo per finta, ma che deve essere plausibile».
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