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Lutto

Leggi l'intervista di Marescotti in occasione del premio Mangiacinema l'anno scorso

Leggi l'intervista di Marescotti in occasione del premio Mangiacinema l'anno scorso

Foto d'archivio

di Giovanna Pavesi

26 Marzo 2023, 18:36

«Quando ho deciso di fare l’attore avevo 35 anni ed ero impiegato in Comune, a Ravenna. Facevo il disegnatore. Dopo 10 anni di impiego, ho deciso di licenziarmi per cambiare mestiere, senza paracadute. È andata abbastanza bene». Quando racconta la sua vita, a metà tra la finzione del cinema e il reale del quotidiano, Ivano Marescotti, lo fa sorridendo, con un accento che tradisce, in parte, l’appartenenza alla sua Romagna e, in parte, a quell’altrove tipico degli attori che hanno lavorato ovunque. Sabato a San Secondo l’artista, intervistato dal direttore artistico della kermesse, Gianluigi Negri, prima di ricevere il Premio Mangiacinema – Creatore di sogni, ha ripercorso l’inizio di quel cammino e dei riverberi che, inevitabilmente, ha portato nella sua professione.

«Ci ho messo cinque anni di gavetta dura - ha spiegato Marescotti, nell’arena del Museo Coppini, sottolineando, in dialetto ravennate, che per fare questo lavoro serve occhio, stomaco e molta fortuna -. Ho iniziato tra il 1981 e il 1982, in teatro, facendo nel bolognese qualche spettacolo in piccole compagnie per ragazzi. Ho debuttato realmente con due attori che, all’epoca, erano sconosciuti quanto me: Patrizio Roversi e Susy Blady».

E ricostruendo i passaggi di quel primissimo approccio teatrale, che si concretizzò con un primo spettacolo davanti a un pubblico pagante fatto di ragazzini e genitori, a villa Guastavillani, a Bologna, Marescotti ha raccontato come quello divenne l’esito di un incontro accaduto praticamente per caso. «Ospitavo un amico, un attore argentino, che, a causa di un impegno imprevisto, dopo essersi accordato per incontrare Roversi per quella parte mi chiese di sostituirlo fingendomi lui - ha detto l’attore, sorridendo -. Presi ferie in Comune, salii sulla mia moto e andai a incontrarlo. Lui mi disse: tu sei Claudio, ma io risposi di no e a quel punto, dopo avermi osservato, replicò che andavo bene lo stesso. Mi domandò dove avessi lavorato e io, bluffando, cosa che raccomando anche ai miei allievi, risposi: un po’ di qua e un po’ di là».

Quel «bluff» di fatto, aprì la carriera di Marescotti che, dal teatro al cinema, lo ha portato a lavorare letteralmente ovunque, essendo uno degli attori italiani più richiesti all’estero (durante la serata ha ricordato la sua collaborazione con Ridley Scott e Anthony Hopkins, durante le riprese di «Hannibal»). «A me interessa che il personaggio che interpreto sia presente e che lasci una traccia - ha concluso -. Il piacere dell’attore sta nel fare personaggi che siano il più lontano possibile dalla sua identità (più è lontano e più ti diverti). Ho fatto il prete, io che sono ateo, e non ho mai giudicato i personaggi. Interpretare significa cercare l’altro da sé, rendere credibile ciò che si sa benissimo non essere, perché il cinema è un mondo per finta, ma che deve essere plausibile».

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