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Tra varietà e cabaret “Fantozzi. Una tragedia” a Teatro Due

Regia di Davide Livermore, risate e applausi tra umiliazioni e tanta infelicità: ma forse oggi è peggio?

Tra varietà e cabaret “Fantozzi. Una tragedia” a Teatro Due

di Valeria Ottolenghi

24 Febbraio 2026, 17:14

“Fantozzi. Una tragedia” da: Paolo Villaggio

drammaturgia: Gianni Fantoni, Davide Livermore, Andrea Porcheddu, Carlo Sciaccaluga

con: Gianni Fantoni, Cristiano Dessì, Lorenzo Fontana, Rossana Gay, Paolo Giangrasso, Marcello Gravina, Simonetta Guarino, Ludovica Iannetti, Valentina Virando

scene: Lorenzo Russo Rainaldi costumi: Anna Verde supervisione musicale: Fabio Frizzi luci: Aldo Mantovani regia: Davide Livermore

produzione: Teatro Nazionale di Genova

voto: tre su cinque

E’ uno spettacolo corale <Fantozzi. Una tragedia>, visto a Teatro Due, tanti in scena anche con più ruoli, un continuo mutare di situazioni con, al centro, lui, Fantozzi, che si vuole considerare una maschera i cui testi, per quanto interpretati, nati per lo spettacolo più dai libri che dal cinema, sembrano comunque quelli noti, appartenenti all’immaginario popolare, dai congiuntivi alle partite a tennis, dal dito pestato dal martello nel montare una tenda (urlo poi lontano nel bosco) o incastrato nella portiera della macchina, e così via. E si riconoscono i personaggi intorno, dalla moglie Pina e la figlia Mariangela alla signorina Silvani. Interessante piuttosto la forma del testo in uno spettacolo che è sembrato forse troppo lungo: i quattro drammaturghi hanno infine scelto lo straniamento come cifra condivisa, si annunciano i titoli, si sottolinea il fatto che ci si trova a teatro, l’artificio distanziante giocato in libertà, l’intervento di una figura/ Dizionario Fantozziano che evidenzia alcune caratteristiche di quegli anni.

Autori del testo sono Gianni Fantoni, che è Villaggio/ Fantozzi in scena, Carlo Sciaccaluga, Andrea Porcheddu e lo stesso regista Davide Livermore. Non sono mancate le risate in sala e al termine gli applausi scanditi dal ritmo che veniva dalla scena, poi anche in forma libera. Tra cabaret e varietà, con un impegno molto grande da parte degli interpreti, spesso tutti in scena e costretti anche a veloci cambi di costume. Sì: Fantozzi appartiene all’immaginario collettivo, anche se forse non proprio una maschera, personaggio ormai fissato per episodi. E anche se il sottotitolo è “Una tragedia”, rispettata la scansione canonica, con tanto di prologo ed epilogo, le circostanze più che essere segnate dal destino sembrano caratterizzate da un perenne sentimento di inadeguatezza, scandite da continue umiliazioni. C’è, è vero, la ribellione al momento della sfida al biliardo con le palle indossate dagli attori come caschi, e c’è, all’inizio della seconda parte, la scoperta, da parte del protagonista, di saper volare, ma con l’ulteriore conferma dello scarso coraggio di amici e colleghi che arrivano a negare di averlo visto fluttuare nell’aere.

Non c’è vera scenografia anche se appaiono qua e là elementi utili ai diversi contesti, efficaci gli scuri mobili che vanno formando nel fondo diverse figure geometriche dai colori accesi e uniformi. Al termine una sorta di sfida al pubblico: malgrado tutto, le mortificazioni, le angherie, le disgrazie, Fantozzi aveva un impiego fisso che gli permetteva di mantenere la famiglia e di fare anche delle vacanze, per quanto sfortunatissime. Ogni interprete ha una sua lapide, Fantozzi ha anche un teschio in mano, osando pure qualche battuta amletica. Quindi l’attacco, forse con l’idea del riscatto: “voi siete sottopagati, avete tre lauree e mutui che non finirete di pagare, vivete consumando i patrimoni dei vostri genitori…”. Vita infelice il Fantozzi: una qualche soddisfazione nel confronto con i tanti malesseri del nostro presente?

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