Giornalismo
La copertina del libro "I 4 Gianni" di Giuseppe Smorto, edito da Minerva
C’era una volta, alla «Repubblica», la più bella redazione sportiva della storia del giornalismo: Gianni Brera e Mario Fossati, Gianni Clerici e Gianni Mura, Emanuela Audisio e Gianni Minà, fuoriclasse che hanno cambiato il modo di raccontare lo sport: i campioni, i grandi eventi, la tecnica, la tattica, le storie, i personaggi, le imprese. E c’è – e lotta insieme a noi, con l’obiettivo di tenere viva la memoria di quella stagione irripetibile – chi ha cercato di raccontare che razza di funamboli della penna sono stati e come, per decenni, hanno costituito un punto di riferimento per centinaia di migliaia di lettori. È Giuseppe Smorto, che per un periodo ha guidato quella redazione, raccogliendo il testimone da Mario Sconcerti, che l’aveva allestita negli anni Ottanta, e che ha dato da pochi giorni alle stampe I 4 Gianni: Brera, Clerici, Minà, Mura e lo sport di “Repubblica”.
I “4 Gianni” hanno in comune il nome di battesimo e non pochi aspetti del modo di intendere la professione, dalla schiena dritta alla coerenza, dal coraggio di esprimere sempre le proprie opinioni alla generosità dimostrata al lettore per tutta la carriera.
Il libro è un atto di riconoscenza e una dichiarazione d’amore per il mestiere, innanzi tutto. E un affettuoso tributo alla storia della «Repubblica», che proprio in questi giorni festeggia i suoi cinquant’anni, dove Smorto ha lavorato per trent’anni e più: capo dello Sport, poi del «Venerdì», capocronista a Torino, direttore di Repubblica.it e infine vicedirettore.
Quando nacque il quotidiano, Eugenio Scalfari pensò di dedicare pochissimo spazio allo sport: non lo amava e non lo riteneva in linea con la sua idea di giornale. Cambiò idea una notte del 1978, durante i Mondiali di calcio in Argentina, quando si trovò in casa di amici e restò solo con un paio di signore in un salotto, mentre tutti gli altri erano in una stanza a trepidare per la partita della Nazionale. Capì che non si poteva ignorare un settore che interessava e coinvolgeva milioni di italiani: fu così che, con l’aiuto del vicedirettore Gianni Rocca e di Sconcerti, creò, passo dopo passo, firma dopo firma, la formidabile redazione sportiva, della quale i “4 Gianni” erano altrettante punte di diamante.
Campioni di giornalismo
Smorto racconta le loro carriere, le loro imprese – spesso straordinarie come i dribbling o le fughe in salita degli eroi di cui hanno cantato le gesta – con un elenco infinito di aneddoti e testimonianze in presa diretta, di chi ha avuto la bravura e la fortuna di trovarsi a giocare in quella squadra. Le invenzioni lessicali di Brera e le sue crociate tecnico-tattiche, in difesa del safety first, primo non prenderle; le corrispondenze di Mura dal Tour, gli anagrammi e i calembour che fiorivano dai suoi ispiratissimi polpastrelli; le felici intuizioni di Clerici, cantore inarrivabile del tennis e scopritore di talenti; le mille interviste (sulla carta) impossibili portate a casa da Minà, le sue amicizie con i grandi dello sport e non solo.
Amarcord
Altri tempi, sotto ogni punto di vista. Con gli “abusivi” (aspiranti giornalisti, senza un contratto) che vivevano in redazione, ma non dovevano farsi vedere da Scalfari, che temeva cause di lavoro e aveva più volte minacciato di chiamare i carabinieri per violazione di domicilio. È capitato a Fabrizio Bocca (che poi diventerà capo dello Sport) di doversi nascondere in una delle cabine insonorizzate allestite per le interviste. Ci sono i dimafonisti, mestiere scomparso da decenni: quelli che registravano i pezzi dettati al telefono da inviati e corrispondenti, per poi batterli a macchina (e, non di rado, correggevano le imprecisioni dei giornalisti. Ma guai a toccare i pezzi delle “firme”).
E poi, le leggendarie riunioni di redazione, con Scalfari regista e primattore: con i capi di tutti i settori e, di quanto in quando, inviati come Giorgio Bocca o Natalia Aspesi, ma capita di trovare anche scrittori come Saverio Tutino o Alberto Arbasino.
«La festa dell’intelligenza, della cultura e del potere», ha scritto delle riunioni di «Repubblica» Giorgio Dell’Arti. L’ultimo a parlare è sempre Sconcerti, che spesso si innervosisce per le poche pagine che lo Sport ha a disposizione: «Con lo spazio che mi date – sbotta un giorno –, oggi mettiamo due didascalie».
L’ingaggio di Brera
Capita una mattina che Scalfari inforchi gli occhiali, apra il giornale e legga a voce alta dieci righe di Brera, soffermandosi su neologismi, termini stranieri e citazioni di amici. Alza la testa e esclama: «Non ci capisco un cazzo!». «Ma Eugenio, Brera è questo», risolve l’imbarazzo generale Rocca.
In realtà, è provata (e ampiamente testimoniata nel libro) una grande stima reciproca. Quando Brera se ne va dal «Giornale» di Montanelli e viene insistentemente corteggiato da cinque giornali (oltre a «Repubblica», il «Corriere della Sera», «il Giorno», «La Stampa» e il «Guerin Sportivo»), Scalfari lo convince con parole molto affettuose, anche per aggirare il problema non piccolo che «Repubblica» non esce al lunedì: gli scrive che non deve più essere un cronista sportivo, ma semmai «un columnist che si occupa di sport come Bocca si occupa di politica e Biagi di costume».
Ottenuto il «sì» del Gioânnbrerafucarlo, si raccomanda con il direttore generale («Brera viene con noi, trattalo da grande maestro») e, durante il Mundial spagnolo e in numerose altre occasioni, gli manderà grati messaggi di complimenti. Acconsentirà anche alla richiesta di non andare a Los Angeles per le Olimpiadi dell’84. «Un mafioso anni fa ha giurato di farmi la pelle per una storia di donne», la versione ufficiale di Brera (vera, come è poi stato appurato). Brera scriverà un pezzo al giorno, seguendo i Giochi in tivù a Monterosso, e il direttore gli assegnerà un premio speciale per la qualità degli articoli.
I cattivi pensieri di Mura
Trentasette anni per una quarantina di uscite settimanali (con la pausa estiva tra un campionato di calcio e l’altro, anche per via del Tour) fanno, mal contati, milletrecento pezzi. Sette giorni di cattivi pensieri, appuntamento domenicale irrinunciabile per un esercito di lettori, è una delle rubriche più longeve della storia del giornalismo. L’idea viene a Mario Sconcerti nel 1983: «Tra vent’anni sarai famoso per questo – vaticina a Mura –. Devi fare una rubrica in cui dai i voti a tutti, anche al papa». E Mura lo prende in parola: a Wojtyla arriverà uno 0,5, la volta in cui rivolgerà un infelice messaggio alle donne bosniache stuprate («Trasformate l’atto di violenza che avete subìto in atto d’amore e accoglienza»): «Ormai la chiesa cattolica non infligge più condanne a morte ma condanne a vita. Voto 0,5, nella circostanza».
La tecnica è divorare giornali di ogni tipo, riempirsi le tasche di ritagli di tutto ciò che lo incuriosisce: sport, politica, costume, tutto, grandi notizie e piccoli fatterelli. Al sabato, riordina le idee e scrive i cattivi pensieri. Nessuno sconto, per nessuno. Berlusconi e Salvini, da quando approdano alla ribalta della scena politica, sono tra i più tartassati. Ma c’è anche un secco 4 per Scalfari, che si affretta a mandare a Mura un biglietto, precisando di non censurare nulla, ma aggiungendo: «E se tutti i redattori facessero così, che ne sarebbe di “Repubblica”?».
È lungo anche l’elenco delle reazioni di chi ha preso un brutto voto: tra i più “sportivi”, Montezemolo («Lei ha ragione – scrive in un telegramma –, ma abbiamo imparato la lezione») e Gerry Scotti («Farò tesoro dei consigli»).
Le strade laterali
A volte la gestione di una grande firma può risultare complicata. Frequentemente, nel caso di Clerici. Smorto – che parla di «giornalisti alfa, locomotive di treni e di parole che sopportano a fatica certe indicazioni che arrivano dal tavolo centrale, e spesso disobbediscono» – ricorda di come Clerici andasse anche oltre, seguendo strade laterali, con i suoi pensieri e le sue convinzioni: «Speri che parli del match, invece racconta un quadro per le prime venti righe. Qualche volta è perfino indifferente al risultato». Se dai capi arriva una richiesta («oggi il personaggio per noi è Lendl», o «hai visto che match ha fatto Sampras?»), lui fa spallucce e scrive di quello che vuole, come «gli ditta dentro», avrebbe detto Brera.
Le strade laterali possono infastidire i colleghi in redazione: ma a volte portano lontano. È il caso di “un certo” Sinner. Clerici intravvede le sue doti con larghissimo anticipo sul resto della critica. Così, nel 2019, quando Jannik ha 18 anni ed è numero 96 al mondo, scrive: «Non si è mai visto un tennista italiano più dotato, e lo posso affermare proprio io che ho incontrato su un campo del vecchio Parioli Nicola Pietrangeli sedicenne».
La foto storica
C’è una foto che sintetizza meglio di tante parole il fiuto di Minà per la notizia, la sua attitudine allo scoop. Scattata nel 1982 nella trattoria romana “Da Checco er carrettiere”, ritrae, più o meno disciplinatamente in posa, Gabriel Garcia Marquez, Sergio Leone, Muhammad Alì, Robert De Niro e Gianni Minà. L’artefice è proprio Minà, che aveva invitato Alì al suo programma domenicale Blitz e organizzato per lui una cena tipica. Uno dopo l’altro, lo avevano chiamato De Niro, in quel periodo a Roma («Vai a cena con Alì? E non mi inviti?»), poi Leone («Ho saputo da Bob che andate a cena con Alì? E a me nun me porti?»), e così via.
Questo è Minà, uno in grado di arrivare ovunque, di intervistare i più grandi: conquistando la loro fiducia con il rispetto e la correttezza. Le sue regole? Mai domande e risposte scritte. Il giornalista deve stare ai bordi del campo, mai diventare protagonista. Mai fregare le persone in nome di un titolo. «Avevo un girato con Maradona e gli strizzacervelli, al tempo della sua dipendenza dalla droga. Non ho mai utilizzato quel materiale, bisogna stare attenti alla morbosità».
Smorto sottolinea «la sua capacità di essere multitasking, molto prima che il termine sia stato inventato. Sa scrivere, ma sa fare anche documentari, è molto informato sulla politica estera».
Polemiche, insulti, sberle
Polemista per natura, Brera ha scontri con colleghi, calciatori, allenatori, letterati. Di Umberto Eco, che aveva osato accostarlo a Gadda (non amato da Brera) scrive: «Pirla! Se è tanto colto, conoscerà pure il dialetto lombardo». A Rivera dedica critiche feroci: e i tifosi del Milan arrivano a bruciare le copie del «Giorno» sotto casa sua. Con Oliviero Beha, che aveva avversato il suo arrivo a «Repubblica», sapendo che tutte le firme dello Sport avrebbero dovuto retrocedere di un posto, si scambia accuse velenose.
Personaggio fumantino, Beha. Durante i Mondiali di Spagna, si ritiene sottovalutato quando gli viene affidato un servizio per una partita di secondo piano, prende un aereo da Barcellona a Roma e piomba in redazione per andare a lamentarsi dal direttore: ma viene fermato in tempo e convinto a tornare in Spagna per scongiurare un licenziamento per abbandono del servizio. Il giorno dopo la morte di Beppe Viola, chiede al capo di turno allo Sport di scrivere il “coccodrillo”, ma scopre che è già stato affidato a Brera. Prende un aereo da Genova, si precipita in redazione e molla uno schiaffone sulla guancia al collega che gli aveva negato il servizio.
Brera è Brera: e anche il più giovane collega deve farsene una ragione: del resto, è significativo – come ha raccontato tante volte Mura – che, quando viaggia all’estero al seguito della Nazionale di calcio, il primo che i giornalisti del posto cercano di intervistare è lui, non i giocatori o il commissario tecnico.
Gentiluomini del giornalismo
Gianni Clerici e Rino Tommasi, in trasferta a Melbourne per l’Australian Open, notano in un ristorante Andre Agassi e Steffi Graf scambiarsi effusioni a lume di candela: uno scoop eccezionale, ne scriverebbe tutti i giornali del mondo, si dice Clerici. Ma si confessa combattuto al collega: «Lo scrivo o no?». «Io non lo farei, sarebbe giornalismo da sciacalli». Non lo scrive. Tra pochi mesi, Steffi e Andre festeggeranno le nozze d’argento. «Immaginate cosa succederebbe oggi», commenta amaramente Smorto.
C’è anche un aneddoto parmense che riguarda Clerici: a New York, il suo ristorante del cuore è il “Lusardi’s”, dei fratelli borgotaresi Mauro e Gigi Lusardi. Una sera, molto tardi, dopo il dolce e tante chiacchiere, Clerici dice che mangerebbe volentieri un risotto. «È l’una – osserva Mauro Lusardi –, i cuochi sono andati via, mi dispiace». «Non c’è problema, lo faccio io». Va in cucina e prepara un risotto per tutti i clienti ancora in sala.
L’universo Mura
Il Tour, un richiamo irresistibile. Il vino, la passione di sempre (ed è molto bello e dolce che l’amico di una vita Gigi Garanzini gli abbia dedicato un Nebbiolo di Langa, chiamandolo “Suiveur”). Mangia e Bevi, un’altra rubrica storica (in coppia con la moglie Paola), uscita per decenni sul «Venerdì»: mai stroncato un ristorante («Se non mi trovo bene non ne scrivo: è la mia punizione»); se l’oste gli risulta simpatico, lo premia segnalandogli i refusi sul menu (ne trova sempre tanti); la popolarità che ne deriva è tale che gli capita di essere accolto così da un ristoratore: «Signor Mura, qui mancavate il papa e lei». Le interviste, che gli vengono benissimo: quella cui è più affezionato, alla fuoriclasse del volley Rodica Popa, fuggita dalla Romania, incontrata a Sassari, dopo una decina di scudetti vinti, mentre gioca a 41 anni con compagne che potrebbero essere sue figlie. Le celebri “mnemoniche”, le sfide che non perde quasi mai (anche in cinque contro uno): calciatori che iniziano per F, film che contengono un animale nel titolo, allenatori di tre sillabe. Gli anagrammi geniali. La rubrica Punto e svirgola, l’unica escursione (complice lo stesso Smorto) sul sito di «Repubblica».
L’universo Mura contempla poca, pochissima tecnologia, niente social e molta semplicità. Qualche perla di saggezza: «Mi sento come un coccio etrusco alla fiera dell’aeronautica di Seattle», ammette intervenendo a un festival di giornalismo. «Il fact checking? È quello che si è sempre fatto nei giornali seri, ma ora fa fico chiamarlo così». «Il miglior social network? Un bar con un pergolato dietro». Immortale la chiusa dei “cattivi pensieri” del 2 settembre 2019: «Infine, a Noto, matrimonio tra un’influencer e un rapper. Impensabile trent’anni fa, questi mestieri non esistevano e nessuno ne sentiva la mancanza».
Gira e rigira, ha ragione Smorto: «Ci consola il fatto che i quattro Gianni restino immortali a modo loro. Siamo invece pieni di premi Strega dimenticati».
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