psicologia
Le persone non fanno viaggi, sono i viaggi che fanno le persone: così diceva lo scrittore John Steinbeck, per sottolinearne le virtù formative. Ne parliamo con Gabriele Moi, psicologo e psicoterapeuta dela Psicologia clinica e di comunità dell'Ausl di Parma. I suoi consigli in dieci «pillole».
«Assolutamente si. Il viaggio è un’esperienza a tutto tondo per l’individuo: in termini emotivi, cognitivi e di apprendimento. Può rappresentare un’importante fonte di gratificazione; è un’esperienza multi-sensoriale; stimola i sistemi della ricompensa e del piacere».
«In quanto cambiamento della routine quotidiana e delle abitudini, il viaggio comporta una modificazione dei sistemi di riferimento individuali; quando diciamo che il viaggio può aiutarci a “staccare” intendiamo proprio questo: un poter abbandonare le fonti di stress. L’esperienza del viaggio può rappresentare una dimensione di rigenerazione, una fonte di nutrimento individuale e interpersonale».
«Non proprio. Lo stare a casa rappresenta la sospensione della routine lavorativa ma molto spesso è uno stacco illusorio e soltanto parziale; rimangono inalterate molte abitudini e le connessioni con la dimensione lavorativa e con le possibili fonti di stress rimangono comunque altamente probabili».
«Parliamo di effetti, ahimè, temporanei. La sindrome da rientro o “post vacation blues” è una condizione di malinconia, apatia, tristezza che riguarda il ritorno alla quotidianità dopo un’esperienza di relax e di piacere. In assonanza con il “maternity blues”, che può insorgere nella donna dopo il parto. Non è una condizione patologica; è temporanea ma, per chi la sperimenta, comunque si tratta di una condizione spiacevole e disorientante».
«Certo, è importante far viaggiare i bambini: li aiuta a fare nuove esperienze, con la guida degli adulti di riferimento; viaggiare aiuta i bambini a costituire spazi di autonomia; li aiuta ad allargare gli orizzonti, a conoscere nuove realtà, nuove idee, diversi approcci al mondo e all’Altro. Viaggiare è un prezioso nutrimento per i bambini, per gli adulti, insomma per tutti».
Uscire dalla propria zona di comfort può aiutare anche nelle esperienze di vita quotidiane?
«Il cambiamento, la capacità di adattamento, lo sperimentare derivanti da un’esperienza di viaggio possono aiutare sempre, anche traslando questo nella quotidianità. Spesso la cosiddetta zona di comfort nasconde un comfort soltanto apparente...».
«Un po’ è quello che si diceva in precedenza: la zona di comfort può nascondere, in realtà, paure, timori, ansie. Il viaggiare è un processo che parte dalla curiosità, dal desiderio. In questo senso può aiutare a superare limiti, chiusure, costrizioni».
«Non esiste uno standard in questo senso. Il viaggio è un’occasione di rigenerazione. Direi ogniqualvolta è possibile farne, quando possiamo farli per poter staccare dalla routine. I weekend lunghi possono essere utili, positivi, ma non possono essere considerati alla stregua di veri e propri viaggi».
«Assolutamente si. Fortunatamente sono tante sono le persone anziane che possono viaggiare. Sono comunque esperienze che portano un beneficio a tutte le età».
«Con una ripresa progressiva, senza rituffarsi a capofitto nella frenesia del lavoro. Dobbiamo imparare ad ascoltarci, a rispettare i nostri tempi individuali. La gradualità è la chiave del mantenimento degli effetti benefici del viaggio».
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