Katia Golini
E' come la goccia che scava la roccia, Lucia Annibali. Elegante e delicata nei modi, determinata e razionale nelle azioni e nelle parole. Lei, giovane avvocato sfigurata dall'acido da due sicari pagati dall'ex fidanzato, è pronta a ricominciare. Da quel tragico 16 aprile 2013 ha fatto tanta strada. Simbolo di forza, testimone instancabile di coraggio, ha scritto un libro con Giusi Fasano ("Io ci sono. La mia storia di non amore" edito da Bur) da cui è stata tratta una fiction interpretata da Cristina Capotondi. Chiusa la fase letteraria, dallo scorso settembre lavora come consulente giuridico del ministero per le Pari opportunità. Una nuova vita fatta di impegno in difesa delle donne vittime di violenza.
Ospite del Rotary club Parma Est, intervistata da Danda Santini, direttrice del mensile Elle, incanta con le sue parole vere.
Il presidente Gianmarco Beltrami presenta l'ospite alla platea, dopo i saluti alle autorità tra cui il prefetto Giuseppe Forlani e l'assistente del governatore Stefano Spagna Musso. Introduce la serata speciale dedicata alle donne partendo dalla cronaca: «Solo nella nostra bella città da inizio anno sono tre le donne uccise dai loro mariti o fidanzati. Il nostro ruolo è anche questo: discutere e approfondire temi di attualità. Perciò abbiamo deciso di invitare un'ospite come Lucia». Quindi passa a una citazione: «Voglio ricordare una frase che trovo emblematica della sua forza d'animo: "Lui voleva che morissi. Mi ha fatto tutto il male possibile, ma io ho vinto. Sono qui, viva, forte, sorrido, sono circondata da un affetto enorme. E ho voglia di ricominciare”».
Non sbrodola frasi retoriche, non cede alla banalità. Legata a Parma da un filo che non si strapperà mai (al Centro grandi ustioni del Maggiore, dove è stata ricoverata subito dopo l'aggressione, Edoardo Caleffi e il suo team le hanno ridato un volto e un sorriso dolcissimo), Lucia Annibali ricorda i giorni e le notti trascorse nel letto d'ospedale e la paura di uscire, di guardarsi allo specchio, di affrontare il mondo: «Un ustionato non sa cosa può aspettarsi quando torna a casa. Deve prendere confidenza con il proprio corpo, con la propria pelle. Anche fare una doccia può essere complicato».
Stimolata dalle domande della giornalista, racconta il faticoso il ritorno alla vita. Dal buio («all'inizio non vedevo niente») è passata, lentamente, alla luce: «Col tempo ho sentito l'esigenza di raccontare la mia storia. Non la mia versione dei fatti, ma la versione dei fatti. Andare nelle scuole a parlare di quello che mi era successo è stata una scelta venuta naturalmente».
Ripercorrendo le tappe del processo, da avvocato prima che da vittima. Forte della sua esperienza diretta, lancia un consiglio: «Una donna per emanciparsi davvero da una storia di violenza deve impegnarsi anche in tribunale per affermare la propria verità».
Entra così nel vivo del suo impegno lavorativo attuale al fianco di Maria Elena Boschi: «Siamo concentrati sulla riscrittura del Piano antiviolenza nazionale. Abbiamo costituito una cabina di regia, un osservatorio e gruppi di lavoro. Collaboriamo con il ministero della Giustizia e quello degli Interni. Lavoriamo alla creazione di un “contenitore” che offra strumenti utili alle donne puntando molto anche sulle cosiddette “buone pratiche” dal punto di vista della prevenzione”».
Infine un altro spunto di riflessione: «Spesso quello che blocca le donne è il senso del dovere. E' molto importante parlare, non isolarsi, non sentirsi colpevoli. L'errore più grande che ho fatto io è stato pensare che non mi avrebbe mai fatto del male. Ma come fa una persona normale a pensare che un'altra possa commettere certe crudeltà. Cosa dire ai genitori? E' molto importante crescere i propri figli in modo costruttivo, lasciando che trovino se stessi liberamente. Ma è altrettanto importante l'esempio che si offre. Continuo a incontrare tanti ragazzi. Parlando con loro esce quello che stanno vivendo. A volte non è affatto positivo».
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