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Didi Bozzini: «La cultura a Parma? È necessaria una vera apertura verso l'arte del nostro tempo»

Didi Bozzini:  «La cultura a Parma? È necessaria una vera apertura verso l'arte del nostro tempo»

di Stefano Pileri

20 Agosto 2020, 10:32

Vorrebbe che la cultura parmigiana uscisse da vecchi schemi e percorsi consolidati. Che il sistema Parma pensasse a nuove soluzioni all'avanguardia per promuovere e far conoscere l'arte e non solo quella del passato. A una casa dell'arte contemporanea che prenda ispirazione dai migliori esempi italiani, come Palazzo Strozzi di Firenze.

 Critico d'arte,  Didi Bozzini organizza mostre  ed eventi culturali in giro per l'Europa. Le sue idee sull'arte del nostro tempo, sulle sue contraddizioni e sul ruolo che gioca nelle nostre vite, le ha raccolte in un libro pubblicato qualche anno fa da Aliberti «Abbecedario eretico».  E un po' eretico è anche il suo  sguardo sulla città dove è nato e dove vive. La vorrebbe meno paludata, più aperta alle nuove espressioni delle arti contemporanee. Ma anche più  attenta a non  trascurare il proprio passato più prezioso.  E infatti quando gli si chiede il nome di un grande artista parmigiano dimenticato, cita un po' a sorpresa il Correggio. «A malincuore - dice - devo confessare che il primo nome che mi viene in mente è proprio quello di Antonio Allegri, visto che la Camera di San Paolo è chiusa per cinque giorni alla settimana».
Ma partiamo da Parma capitale della cultura. Una  festa indubbiamente rovinata dall'emergenza  Covid, ma ci sarà tutto il 2021 per rifarsi. Quale giudizio sul programma e sull’avvio, che è stato poco più di un antipasto? 
Ho smesso di fare pagelle più di vent’anni fa quando ho abbandonato l’insegnamento e l’ attribuzione dei voti è proprio la parte del mestiere di cui non sento la mancanza. Comunque, se mai il mio giudizio avesse un qualche valore, la gravità della situazione lo renderebbe assolutamente derisorio. Tantopiù, su iniziative che, travolte dall’epidemia, non si sono potute vedere. Ma, per non sottrarmi al dovere di rispondere, mi limito a suggerire alcuni spunti di riflessione sul tema. Innanzitutto, che senso ha nominare una capitale annuale della cultura, se non quello di suscitare l’organizzazione della kermesse promozionale di un territorio? Questo implica che gli scopi ed i mezzi dell’operazione siano rivolti ab origine e senza alternative verso un’attività di marketing che con l’arte e la cultura ha poco a che fare.
In che senso?
 La realizzazione di parate, cartelloni, emblemi grafici riconoscibili e di un intero armamentario di strumenti pubblicitari più o meno seducenti assorbe inevitabilmente gran parte delle risorse e delle energie. In secondo luogo, gli organizzatori si trovano necessariamente confrontati al dilemma che costituisce la scelta di un bersaglio, il famigerato “target” dei comunicatori, promossi al rango di operatori culturali. Scelta che per forza condizionerà il programma. Mirare al pubblico autoctono lusingandone l’affetto per gli eroi e le tradizioni locali, oppure captare la benevolenza dei foresti con grandi nomi universalmente noti? O, all’inverso, rendere noti ai foresti i protagonisti locali? O, ancora, blandire i nativi con l’arrivo delle star internazionali?  O, più banalmente, come quasi sempre accade, dare un colpo al cerchio ed uno alla botte? Tutte domande buone per un direttore delle vendite, ma che nella concezione di un programma artistico e culturale non dovrebbero trovare spazio. Ed infine, quando la musica è finita e gli amici se ne vanno, si pone inesorabilmente il problema di non tornare ad essere provincia della cultura e rimpiangere per cent’anni il tanto agognato titolo di capitale. Quindi, come agire? Approfittare dell’occasione per creare strutture stabili destinate a durare nel tempo? E allora, niente kermesse?  Quale giunta comunale oserebbe rinunciare, rischiando di farsi crocifiggere dai cittadini desiderosi di “promuovere il territorio”?  E poi, con quali fondi potranno vivere le strutture se nel frattempo i pubblicitari sono partiti verso una nuova capitale da imbellettare per dodici mesi? Probabilmente, la vera risposta alla domanda è che promuovere le arti e diffondere la cultura si deve fare secondo criteri del tutto diversi da quelli del sistema premiale e delle strategie commerciali.    
La città dà poco spazio all’arte contemporanea? 
Poco, se parliamo di arti plastiche. Se poi allarghiamo il contenuto dell’espressione alla musica, alla danza, alla poesia, all’architettura ed al teatro di ricerca, allora è meglio dire pochissimo. Ma questo è il vero problema di una città che è all’avanguardia in vari campi, dall’industria alla ricerca scientifica, e appena si concede alle arti, ha voglia di Petitot, Paolo Toschi, La donna è mobile, Carla Fracci, Una città in amore, Sandrone e Bargnocla, Tino Buazzelli, Prima della rivoluzione, il Club dei 27, gli alberi di Mattioli e via discorrendo. O, almeno, così sostengono le sue élites economiche e professionali. In realtà, è probabile che, come altrove, ci sia un’ampia porzione della cittadinanza disposta a vedere o ascoltare qualcosa o qualcuno che abbia meno di settant’anni, ma che è totalmente anestetizzata dal clima culturale dominante. Il che non significa che il nuovo sia necessariamente meglio, ma semplicemente che ignorarlo sia il modo migliore per non capire il proprio tempo.
Da più parti si sottolinea che nella vita culturale parmigiana è naturale abbia un forte risalto la musica lirica, anche perché porta un notevole indotto economico...
Il Mart porta a Rovereto (che non è certo attrattiva quanto Parma) più di duecentomila visitatori all’anno, con l’indotto che ne consegue. Con il solo contributo comunale destinato ogni anno al Teatro Regio, si potrebbe far funzionare tre Mart. Non credo che il discorso sul Regio e sulla lirica vada impostato in termini economici, altrimenti bisognerebbe chiudere il teatro domani mattina. È indiscutibile che alcuni parmigiani abbiano una passione per il teatro d’opera, per le prime rappresentazioni e per lo struscio nel foyer. Resta da capire quanti e quali sono ed in che misura, per assecondare la loro passione, si possa continuare a sottrarre risorse all’intero sistema della cultura, penalizzando gli altri parmigiani. Senza dimenticare che, forse, un piccolo supplemento di rigore critico verso la qualità delle produzioni sarebbe benefico per il teatro stesso.    
Esperienza del «Terzo giorno», una mostra che aveva fatto parlare di sé con giudizi molto positivi… È rimasto un po’ un evento isolato nella vita culturale parmigiana? 
Per essere sincero, fortunatamente c’è stato anche qualche scontento. Altrimenti dovrei dirmi che ho fatto una mostra senza asperità e, quindi, senza carattere. Ma, il problema vero è che, contenti o scontenti, i visitatori sono stati relativamente pochi, circa diecimila. E questo mi porta a rispondere alla domanda:  la rarità delle occasioni di frequentare l’arte contemporanea a Parma è tale per cui ogni mostra è un nuovo inizio, una strada sempre e comunque in salita. Non c’è nessuna abitudine all’idea che il presente produca le proprie opere e che esse siano altrettanto degne di interesse di quelle che giungono dal passato. L’assessore e gli sponsor hanno sostenuto Il Terzo Giorno con tutte le loro forze, con sensibilità, nel modo migliore, però solo la continuità e la regolarità degli avvenimenti può creare un clima di vera apertura verso l’arte del nostro tempo.   
Lavora all’estero e in altre città italiane. Cosa avrebbe da imparare Parma guardando fuori dai propri confini? 
Essenzialmente due cose: in primis che la ricchezza della tradizione dovrebbe essere un propellente e non una zavorra ed in secondo luogo che il consenso è anestetico, cioè nemico dell’estetica.
A proposito di consenso ed estetica che giudizio si è fatto sulla sistemazione di piazza della Pace il cui progetto originario fu realizzato da un grande dell’architettura come Mario Botta con  il quale ha collaborato anche di recente? 
Il mio giudizio, oltre che insignificante, è anche parziale perché Mario è un amico. Posso solo dire che, se avessi comprato una tela di Picasso con un rosso troppo acceso per sposare il rosa del divano, forse penserei a cambiare il divano, di sicuro non chiamerei un imbianchino a ridipingere il quadro. 
Cosa vorrebbe nel futuro culturale di Parma? 
Mi piacerebbe che l’amministrazione pubblica e le maggiori realtà dell’industria privata unissero gli sforzi per creare una casa dell’arte contemporanea o forse anche delle arti contemporanee. Un luogo di ospitalità e di produzione di mostre ed iniziative culturali ed artistiche calcato su modelli di gestione come quello di Palazzo Strozzi a Firenze, giusto per citare un esempio. E poi, che si aprisse un dibattito sul ruolo e sul peso del Teatro Regio.   
Che fase sta vivendo la città?
Una fase non dissimile da quella del paese tutto intero. Grandi difficoltà, paure, disillusione ed incertezza. In un passaggio come questo, non potrebbe essere altrimenti. Voglio sperare che le istituzioni della cultura come l’Assessorato, l’Università, le istituzioni museali, i teatri, le scuole d’arte quali il Conservatorio o il Toschi giochino un ruolo di traino in un movimento di rinascita, un ruolo di primo piano nella ricostruzione della speranza per la giovane generazione.
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CHI E' DIDI BOZZINI
Parmigiano, già ricercatore alla Sorbona e professore di filosofia, Didi Bozzini è un critico e un curatore indipendente di mostre d’arte. Ha firmato diverse pubblicazioni monografiche su artisti contemporanei. A Parma ha curato la mostra «Il terzo giorno» al Palazzo del Governatore. 
E ancora prima  «Corrado Costa, le apparizioni dell'uomo invisibile» curata con Nanni Balestrini a San Ludovico e «Goya due secoli di Capricci» a Palazzo Pigorini. Ma ha anche concepito l'allestimento di    «Novecento» (la mostra sul patrimonio dello Csac).  Ha curato le mostre di Roger Ballen «Asylum of the Birds» al MACRO-Roma e «Theater of the absurd» al Fotografiska di Stoccolma. Di recente ha curato «The worth of life» (Il valore della vita) la prima mostra di arte contemporanea nel nuovo Teatro dell’architettura creato da Mario Botta a Mendrisio, nella Svizzera italiana

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