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Intervista

Sarah Savioli, quando il giallo scava nell'anima. E anche piante e animali dicono la loro

E' uscito ''La banda dei colpevoli'', il terzo volume degli Insospettabili. E la scrittrice si racconta

Sarah Savioli Quando il giallo scava nell'anima

di Chiara Cacciani

07 Settembre 2022, 09:23

Dopo tre gialli pubblicati in tre anni, dopo il ribattezzato «mattoncino rosso» che fa dei primi due libri della serie già un binomio cult, dopo il passaggio dei volumi in edizione economica (il «per sempre» dei cataloghi) dopo i diritti televisivi acquistati da tempo, dopo l'uscita di un libro per ragazzi e ragazze subito candidato al Premio Strega e la partecipazione ai principali festival di letteratura in Italia (il prossimo, con quattro appuntamenti, quello di Mantova).

Ecco, dopo tutti questi «dopo», la scrittrice Sarah Savioli - sarda d'origine, adottata da Sant'Ilario d'Enza, laurea in scienze naturali a Parma, due master di cui uno in scienze forensi e oggi editor di mestiere e naturalmente scrittrice - ha ancora lo stesso candore di quando un anno prima della pandemia rispose alla telefonata della casa editrice Feltrinelli: «Ah sì! E' arrivato il libro che avevo ordinato?».
Lo stesso candore, lo stesso stupore aperto come stile di vita, (e menomale: è di questo che si nutrono la sua ironia e il suo sguardo acutissimo su ciò che siamo, privato e collettivo) e lo stesso desiderio di far sì che i fili di parole lascino tracce oltre le pagine.

«Sono sempre la solita inconsapevole - sorride -. Onoratissima, sorpresa e commossa da tutte le cose che stanno accadendo. Che Feltrinelli creda così tanto nella mia protagonista e nei suoi squinternati compagni di viaggio, che lettori e lettrici ne siano così tanto affezionati, che mi contatti il direttore di Robinson oppure Mario Calabresi: ha ascoltato un mio podcast realizzato per la sua società e mi ha telefonato per dirmi che gli era piaciuto così tanto che avrebbe iniziato a leggere i miei gialli».

Quelli che ruotano attorno alla sua investigatrice per caso Anna Melissari, a cui un incidente ha portato in dote la capacità di comunicare con piante e animali, che così diventano caratteri (e dialoghi) imprescindibili e spiazzanti, profondi o spassosi nell'altenarsi dei momenti.

Il terzo libro, «La banda dei colpevoli» (Feltrinelli, pag. 240, euro 16) , è uscito a luglio. Lei sta scrivendo e pubblicando a un ritmo davvero sostenuto. Quando sa che è tempo per un'altra indagine?
«In realtà quando ho iniziato a scrivere il primo volume avevo già in testa una storia suddivisa in cinque capitoli che seguono l'evoluzione del personaggio principale, della sua famiglia, della sua conoscenza della violenza attraverso casi che le permettono di specchiarsi in vittime e colpevoli. Ogni uscita richiede più attenzione per onorare tanto affetto, ma in generale è un percorso di poca fatica per me: nasce dal mio bisogno di permettere a questa storia di seguire il suo filo.»

Quindi se il quarto è già in lavorazione e il quinto è già un progetto, un sesto non vedrà mai la luce?
«No: cinque è l'equilibrio e ciò che è giusto che sia, anche per rispetto di chi legge».

La parola «banda» del titolo prelude a una coralità presente in tutto il libro.
«Sì, c'è la parte corale del male, l'indagare questa dimensione. Spesso pensiamo alla violenza come frutto di singolarità, ma se c'è qualcosa di pericoloso sono le società quando sono disfunzionali, quando queste singolarità si incrociano».

Nella storia - partendo da un omicidio attribuito con troppa facilità a una banda di rapinatori seriali in azione in quel momento - si arriva a parlare di "gang" ma anche di famiglia. E' infatti una nipote, Lucia, a voler far riaprire all'agenzia investigativa Cantoni il caso della morte della zia Ines, e questo spalanca la voragine in cui sono finiti i rapporti tra persone legate dal sangue e dai vincoli di parentela acquisita.
«Certi odi, certi rancori o il dolore che deriva da un senso di ingiustizia diventano a volte malattie genetiche che si trasmettono di generazione in generazione, quasi col latte materno. Spesso i soldi ne sono strumento, come accade in questa storia. Servirebbe prenderne coscienza per rompere questo filo, ma la libertà di pensiero non sempre ce la concediamo...».

Come sempre è un pullulare di animali e piante dai caratteri ben definiti e imperdibili. Torna lo spietato (dal cuore colmo d'affetto) gatto Banzai, vera voce della coscienza di Anna, torna il meticcio poeta Bergerac, tornano il ficus adolescente e Giuditta la rana psicologa. Compaiono la banda dei topi e delle gazze in sanguinoso duello tra le strade della città, un geco mitomane, la sfuggente gatta G, la rigida Sally, cagnona che deve recuperare fiducia negli umani.
«Se sulle storie cerco di affinare la razionalità, sugli animali è proprio l'inconscio a intervenire: loro arrivano e io li lascio parlare. A volte rileggo e mi dico: "Ma guarda cosa è venuto fuori?!". Altre letture delle loro parole le scopro pensandoci magari a un anno di distanza, o grazie a un lettore o a una lettrice che ti riportano qualcosa di te. Sally però esiste davvero, e non è soltanto il cane che viene abbandonato e tradito, ma è anche l'animale che fai arrivare senza pensare a ciò che è. Prendi il lupo e vuoi che sia un chihuahua: il massimo del controsenso, ossia avere una natura onesta davanti a sè e non volerla vedere, arrivando a rifiutarla con l'abbandono perché ti ha deluso. Questo vale per i cani, per i gatti, e per le persone. E le persone abbandonate perché sono semplicemente se stesse, hanno qualcosa di più: quel senso di colpa che non manca mai».

Se nel primo libro Anna lavorava sulla fiducia in se stessa, nel secondo metteva alla prova la relazione di reciproca fiducia col marito, nel terzo è impegnata a dare alle persone che le stanno accanto il diritto di essere diverse, di decidere per sè e di avere le proprie ombre o le proprie luci che emergono: Cantoni, Tonino, la sorella Lavinia...
«Sì, deve imparare a non voler trovare soluzioni per tutti, e a non ingabbiare così gli altri. E' un altro passo dell'emancipazione: noi donne abbiamo imparato a combattere l'odio che ci cade addosso con aggressività, ma è ancora difficile lavorare su quelle forme di amore sbagliato che spesso ci portiamo dentro e che ci creano milioni di sensi di colpa. Abbiamo bisogno di accettare che gli altri crescano, non dipendano più da noi e dalle nostre aspettative e nemmeno noi dalle loro. Anche questa è indipendenza».

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