Intervista
La parola nasce dal basso. Il contatto con la libertà inizia dalla terra. Il poeta è, infatti, un contadino che semina pensieri, raccoglie. E li restituisce a tutti, nessuno escluso: «La poesia è dei santi e delle bestie».
Festival della Parola. Partiamo da qui: perché oggi è necessario festeggiare la parola?
«Perché si dicono troppe parole e bisogna riscoprirne il peso e l’importanza. Festeggiare la parola significa anche festeggiare il silenzio. È nel silenzio che la parola acquista di significato. Sono in un rapporto di reciprocità assoluta, come il foglio bianco e l’inchiostro della penna: è come il gioco del pieno e del vuoto».
È per questo che le piace leggere la poesia a voce alta e condividerla?
«Il silenzio non è la destinazione migliore della poesia. Non bisogna leggerla come si fa a scuola, sottovoce. Anche quando siamo da soli. Leggere ad alta voce significa darle una forma, portarla fuori dalla pagina e dentro di noi: è necessario fare sentire al nostro corpo quella musica».
Perché, la poesia è una questione di corpo?
«Assolutamente sì. Per me la poesia si fa con il corpo. Con il corpo che striscia nella terra, il corpo che entra in contatto con ciò che lo circonda, è il corpo impaurito, il corpo innamorato, eccitato: è così che la poesia si carica di bellezza. Essa è lontana dal lavoro intellettuale, è più vicina al lavoro del contadino».
Poesia e terra, poesia e paesaggio. Che rapporto c’è?
«Un rapporto indissolubile, almeno per un “paesologo” come me. I luoghi sono ambienti di esperienza e per essere tali devono essere anche luoghi di emozioni. Poi più il luogo è circoscritto più vi troviamo l’infinito: più un luogo è raccolto, più è sconfinato. A me interessa la vita dei piccoli luoghi, anche se piccolo non è il termine corretto perché ogni posto ha la sua cifra, perché sono tesori meravigliosi».
Non le stanno stretti i «piccoli luoghi»?
«No, affatto. Poi non è che uno deve abitare in un paesino e buttare per sempre la chiave di casa, non esplorare più. È un’alternanza, spesso non dettata dalla nostra volontà, ma dalla situazione sociale ed economica del nostro Paese. Poi bisogna anche guardare i luoghi senza pregiudizi e non bisogna credere che nel proprio luogo non serva lottare o fare qualcosa di buono».
E in questo Pasolini cosa c’entra?
«Pasolini mi ha influenzato parecchio, da quando avevo 15 anni. Ero rimasto folgorato e condividevo quello che diceva della modernità. E, purtroppo, la modernità non si è fatta intimorire da quello che lui aveva annunciato. Inoltre, Pasolini è sempre poeta, anche quando fa cinema e gira documentari. Ci dà tante informazioni sugli italiani, sulla nostra lingua, gli usi e i costumi con l’auspicio di recuperare il mondo arcaico e rurale».
Questo recupero come può avvenire?
«Entrando in contatto con i luoghi, andarci fisicamente: è l’unica possibilità che abbiamo per ritrovarli».
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