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Eugenio Montale

Montale, un’epigrafe da d’Aubigné e la «caduta di casa Usher»

Montale, un’epigrafe da d’Aubigné e la «caduta di casa Usher»

di Franco Contorbia

10 Settembre 2023, 15:50

«Sono passati pochi anni e sembra un secolo. Il 25 luglio del 1943 Mussolini riceveva dal re d’Italia quel “benservito” che il sovrano avrebbe potuto più opportunamente rilasciargli molti anni prima, dopo il delitto Matteotti per esempio, o dopo il discorso del 3 gennaio 1925, in cui l’incipiente dittatore annunziò che avrebbe trasformato in un bivacco per le sue quadratissime legioni l’aula del parlamento. Comunicata per radio, verso le undici di sera, la straordinaria notizia riempì di esultanza il cuore degli Italiani, che si sentirono liberati da un incubo. Fu un’unanimità che non ebbe precedenti nella nostra storia; e non importa rilevare che i più entusiasti del crollo, quelli che più clamorosamente dettero fiato alla buccina del tripudio fossero proprio coloro che più avevano applaudito al dittatore nei giorni della sua fortuna, coloro che avevano rosicchiato qualche briciola del gran banchetto da lui ammannito ai suoi seguaci».

L’autore di questo anonimo commento alle vicende del 25 luglio 1943, redatto a otto anni di distanza (Oggi se ne parla. 25 luglio, in «Corriere d’informazione», 25-26 luglio 1951), è, abbastanza sorprendentemente, Eugenio Montale, al quale lo ha attribuito Laura Barile nella sua Bibliografia montaliana (Milano, Mondadori, 1977, scheda n. 429, p. 107): lo si legge ora in Il secondo mestiere. Prose 1920-1979 (a cura di Giorgio Zampa, Milano, Mondadori, 1996, I, pp. 1252-1253, nota al testo a p. 3225 del secondo tomo).
La registrazione dell’ambigua «unanimità» prodotta dall’evento si allarga subito a una serie di considerazioni che, assistite anche dal senno di poi, investono gli equilibrî politici dell’Italia postfascista: «Gli altri, gli spiriti responsabili, tirarono anch’essi il fiato ma non si fecero illusioni. Sapevano che l’eredità da raccogliere era fallimentare e che chiunque dovesse succedere a Mussolini avrebbe affrontato problemi di una gravità insolubile. Il più grosso non era costituito dalle nostre perdite, irreparabili, o dalla cattiva disposizione dei nostri ex-nemici, e neppure dalle prevedibili rappresaglie dei nazisti. Il più serio problema che gli spiriti migliori intravidero era questo: si sarebbero potuti rieducare gli italiani alla libertà? Erano essi maturi per un governo non dittatoriale, non fascista, ossia per un governo democratico e civile? Otto anni non sono molti e non si può dire che al quesito sia stata data una risposta definitiva; eppure per certi segni, anche se il Parlamento italiano sembra che si trasformi in un bivacco d’altro genere, si direbbe che all’amore e al senso della libertà gli italiani si stiano davvero abituando. Restano in disparte i “nostalgici”, cioè quei fascisti di ieri che fanno capo alle correnti totalitarie, di estrema destra e di estrema sinistra. E sono così costituzionalmente negati a intendere la libertà che non si ricordano più di aver emesso grida di gioia il 25 luglio del ’43».
Ferma restando, per Montale, l’irreversibilià dell’opzione repubblicana, il 1951 non è il 1945, e il giornale di via Solferino, diretto per qualche mese ancora da Guglielmo Emanuel (cui Mario Missiroli succederà il 15 settembre 1952) non è lo stesso che sotto la guida di Mario Borsa si era collocato su una linea di radicale discontinuità rispetto al ventennio 1925-1945. Montale è al «Corriere», come «redattore ordinario», dall’aprile 1948, e l’orientamento centrista e atlantico del giornale non è senza rapporto con la calcolata cautela con la quale egli aspira a inscriversi in un orizzonte equidistante dalle «correnti totalitarie».
Non è sempre stato così, soprattutto nei quattordici mesi (dalla fine di novembre-inizio di dicembre 1944 al febbraio 1946) della sua militanza nelle file del Partito d’Azione: ma già il 25 luglio 1943 era stato un discrimine decisivo della sua vicenda privata e pubblica. Licenziato, il 1° dicembre 1938, dopo quasi dieci anni, dalla direzione del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux di Firenze perché ostinatamente privo della tessera del Partito Nazionale Fascista, aveva svolto una saltuaria ma molto significativa attività di traduttore nell’imminenza della pubblicazione presso Einaudi, il 14 ottobre 1939, del suo secondo grande libro di versi, Le occasioni, e aveva continuato a lavorare nei successivi quattro anni sul doppio tavolo dell’inventio poetica e della dedizione ai libri degli altri, anche con il sostegno ‘tecnico’ dell’amica Lucia Morpurgo, moglie del pittore Paolo S. Rodocanachi.
Proprio nel corso del primo semestre del 1943 aveva stampato su «Tempo» illustrato un articolo su Giorgio Pasquali «filologo soprano» (7 gennaio) e una recensione alla seconda edizione delle Poesie di Filippo de Pisis (15-22 aprile), e sulla romana «Lettere d’oggi» del marzo-aprile le mirabili «tre prose» di Visite; il 15 maggio aveva pubblicato su «Primato» una composizione poetica, la browninghiana Due nel crepuscolo, tratta da un taccuino del 1926, che confluirà nella seconda edizione di Finisterre (a cura di Giorgio Zampa, Firenze, Barbèra, 1945); aveva portato a termine la laboriosa versione di Strange Interlude di Eugene O’Neill, uscita il 15 giugno presso le Edizioni del Teatro dell’Università di Roma; aveva sistemato, grazie alla mediazione di Gianfranco Contini, in una plaquette della Collana di Lugano diretta dall’avvocato Pino Bernasconi, quindici poesie, corollario, insieme, delle Occasioni e incunabulo del «terzo libro», La bufera e altro (Venezia, Pozza, 1956): poesie, va detto, nuove e seminuove, se si pensi che alla data del 24 giugno, san Giovanni, vedono la luce testi nella quasi totalità già editi, senza particolari complicazioni, in rivista (addirittura nel quindicinale di Giuseppe Bottai «Primato» e nel settimanale «Tempo») la cui ‘somma’, per una sorta di eterogenesi dei fini, appare oggettivamente trasgressiva e incompatibile con il quadro politico-culturale italiano nel quale vanno a inscriversi.
A La bufera, che apre Finisterre 1943, Montale premette un’epigrafe, d’après Théodore-Agrippa d’Aubigné (Saint-Maury, Pons 1552-Ginevra 1630) che sintomaticamente suona: «Les princes n’ont point d’yeux pour voir ces grand’merveilles, | Leurs mains ne servent plus qu’à nous persécuter...». La citazione non è precisissima (d’Aubigné scrive «tes» e non «ces») e, soprattutto, assembla due versi non consecutivi che Montale calcolatamente adatta. Sono i vv. 1297 e 1299 del «livre premier», Misères, di un’opera capitale del poeta protestante francese, Les Tragiques («Les princes n’ont point d’yeux pour voir tes grand’merveilles; | Quand tu vourras tonner, n’auront-ils point d’oreilles? | Leurs mains ne servent plus qu’à nous persécuter; | Ils ont tout pour Satan, et rien pour te porter»), che tra i confrères della generazione successiva a quella di Montale godrà della privilegiata attenzione di Franco Fortini. AlIa non casualità, anzi alla centralità, del paratesto Montale ha continuato a riferirsi nel corso degli anni: nella «intervista immaginaria» Intenzioni («La Rassegna d’Italia», gennaio 1946: «Il libriccino, con quell’epigrafe di d’Aubigné, che flagella i prìncipi sanguinarii, era impubblicabile in Italia. Lo stampai perciò in Svizzera e uscì poco prima del 25 luglio»), poi in una delle Confessioni di scrittori (Interviste con se stessi) (Torino, Edizioni Radio Italiana, 1951: una intervista trasmessa sulla Rete Rossa il 15 agosto 1950) e in un altro dialogo radiofonico con Giansiro Ferrata (La mia vita e la mia poesia) andato in onda sul Programma Nazionale il 31 ottobre e il 7 novembre 1961.
Già a una data relativamente vicina al 24 giugno 1943 (il 16 agosto) al prelievo da d’Aubigné Montale aveva alluso in una cruciale lettera all’amico Bobi Bazlen che, prendendo le mosse dall’edizione di Finisterre, a venti giorni dalla notte del Gran Consiglio, mutuava dal Poe di The Fall of the House of Usher una folgorante definizione perifrastica dell’avvenimento: «Le mie poesie post-2ª ediz. Occasioni sono tutte riunite nel volumetto che porta il titolo di Finisterre (Quaderni di Lugano, n.° 6 della Collezione, 1943); a eccezione di una fuori serie (Due nel crepuscolo) apparsa in Primato due mesi fa, circa. Il volumetto è stato incettato all’uscita (150 copie) e per ora io ne ho avuto una copia sola; se sarà possibile non mancherò di fartelo avere, in modo che il tuo giovane amico potrà almeno leggerlo. Ma credo che rimarrà una pubblicaz. per bibliografi, una curiosità. È uscito oltre un mese prima della caduta di casa Usher, e porta un’epigrafe poco favorevole al (quasi) deceduto signore». Nell’immediatezza del fatto, rispettivamente il 27 e il 29 luglio, Montale aveva scritto a Lucia Rodocanachi: «Hai visto?? The rest will come», e, più cripticamente, a Benedetto Croce: «Illustre Signore, | desidero che fra i tanti saluti che Le perverranno in questi giorni non manchi il mio, anche se modesto».
Poco si sa dei suoi movimenti tra il 25 luglio e l’8 settembre: di certo non partecipa al congresso clandestino del Partito d’Azione che si svolge a Firenze dal 5 al 7 settembre. Ma il 22 luglio il neo-direttore del defascizzato «Il Popolo di Roma», Corrado Alvaro, aveva accolto sulla terza pagina del giornale un bellissimo ‘racconto’, Ricordo di una spiaggia, che, ricollegandosi alle straordinarie prose di Visite, articola in forme più distesamente narrative la concentratissima, ellittica costruzione di quei testi e anticipa un processo di elaborazione mitopoetica che negli anni 1946-1948 troverà posto nella serie di memorie ‘liguri’ di Farfalla di Dinard (Venezia, Pozza, 1956) e in Gente vino e rocce delle Cinque Terre («Il nuovo Corriere della Sera», 27 ottobre 1946), poi strategicamente disposta da Montale sulla soglia delle corrispondenze di Fuori di casa (Milano-Napoli, Ricciardi, 1969).
La non lunga partecipazione di Montale alla vita del Partito d’Azione coinciderà cronologicamente con la collaborazione (e con la condirezione, al fianco di Alessandro Bonsanti, Arturo Loria e Luigi Scaravelli) al quattordicinale fiorentino «Il Mondo» e sarà preceduta, a partire dal 19-20 settembre 1944 (Augurio), dall’avvio di una assidua presenza sulle colonne della «Nazione del Popolo», il quotidiano del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale. E proprio sulla «Nazione del Popolo» del 16 ottobre 1944 vedono la luce i Due madrigali fiorentini. Il primo reca, in alto a destra, la data dell’«11 settembre 1943»: «Suggella, Herma, con nastri e ceralacca | la speranza che vana | si svela, appena schiusa ai tuoi mattini. | Sul muro dove si leggeva MORTE | A BAFFO BUCO | passano una mano | di biacca. Un vagabondo di lassù | scioglie manifestini sulla corte annuvolata. E il rombo s’allontana».

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