inserto economia - editoriale
Come recita la saggezza popolare «piuttosto che niente è meglio piuttosto», quindi si può dire che le conclusioni del vertice europeo che si è chiuso sabato scorso, dopo la solita notte insonne di trattative all'ultima virgola sulle dichiarazioni finali, sono positive. Le conclusioni restano abbastanza ambigue da lasciare tutti e 27 soddisfatti a metà ma, per il partito del price cap (del quale l'Italia è capofila) e del nuovo Sure sull'energia, l’intesa registra dei passi avanti. Tanto che Mario Draghi, lasciando l’Europa Building dopo la notte di trattative, sottolinea: «È andata bene». L’accordo, infatti, mette nero su bianco «l'urgenza delle decisioni concrete» da prendere sul gas con una serie di misure che includono la piattaforma di acquisti comuni e un nuovo benchmark complementare al Ttf.
Nelle conclusioni, poi, si domanda alla Commissione di fare «un’analisi dei costi e benefici sulla misura» che, per compensare il differenziale tra prezzo amministrato e prezzo di mercato, comporterebbe un peso eccessivo sui conti pubblici di diversi Paesi membri. In pratica, se si arrivasse a un price cap come quello della Spagna, c'è un'apertura a un nuovo debito comune. Tanto è vero che, nelle misure ipotizzate, figura anche «la mobilitazioni di rilevanti strumenti a livello nazionale e Ue» con l’obiettivo di «preservare la competitività globale dell’Europa e per mantenere il level playing field e l’integrità del mercato unico». Una frase che, secondo Palazzo Chigi, dimostra che le proposte italiane siano state accolte. E si tratta di un aspetto cruciale della posizione italiana, infatti, senza un debito comune, o, almeno, garantito dal rating creditizio dell'Europa, diventa difficile, per un Paese ad alto debito come l'Italia, mobilitare le risorse necessarie per difendere l'industria nazionale senza cadere nella spirale degli interessi crescenti provocata da un deficit che agli investitori sembra fuori controllo. Insomma, l'Italia non può permettersi i 200 miliardi messi in campo dalla Germania.
Ed era proprio questo, cioè la decisione della Germania di mettere in campo tutta la propria potenza muscolare dal punto di vista delle risorse disponibili, che aveva spaventato i Paesi come l'Italia che non possono permettersi quel genere di risorse senza un devastante deficit di bilancio a cui quasi certamente potrebbe seguire un'instabilità finanziaria come quella che abbiamo visto in questi giorni in Gran Bretagna. Senza però lo scudo di una banca centrale nazionale, visto che le politiche monetarie - sia dal punto di vista dei tassi d'interesse, sia da quello dell'easing monetario - sono decise collegialmente per l'area Euro a Francoforte.
Resta però, e non è un problema piccolo, quello dei tempi che - con la politica dei piccoli passi - rischiano di essere troppo lunghi rispetto all'emergenza energetica che ci sta travolgendo. Il cronoprogramma più roseo, indicato da Roma e Parigi, fissa il traguardo sul corridoio di prezzo del gas già a inizio novembre, dopo le riunioni dei ministri dell’Energia il 25 ottobre e delle Finanze il 7 e 8 novembre. Un’agenda sulla quale però la posizione di Berlino, affiancata con determinazione da L’Aja, torna a divergere. Sul gas «noi vogliamo limitare i picchi, non è un cap», ha chiarito Scholz, pur «fiducioso» che alla fine si possa procedere senza convocare l’ennesimo vertice straordinario tra i leader. In più, sempre Germania e Olanda, non sono affatto convinte - e anche questo è un eufemismo - che si debba fare nuovo debito. Piuttosto, propongono, è meglio usare i soldi inutilizzati dei precedenti programmi come RePower Eu. Insomma, ancora una volta ciascun stato evidenza quello che fa comodo alla propria posizione politica. Ma già il fatto che si sia giunti a un documento finale unitario è qualcosa. E, come ha sottolineato Ursula von der Leyen, è bastato questo a far scendere le pressioni speculative sul prezzo del gas. Speriamo che duri. E che alla fine qualche provvedimento arrivi.
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