La crisi demografica, documentata dall’Istat in questi giorni, era ampiamente prevista e discussa da almeno 30 anni. Ne parlava a suo tempo - in verità poco ascoltato, ai dibattiti del circolo il Borgo - con riferimento a Parma, il demografo della nostra università Prof. Soliani.
L’anno scorso sono nati soltanto un po' meno di 400mila italiani, quando in tempi storici normali, le nascite erano attorno al milione annuo.
Naturalmente si è aperto immediatamente il dibattito, con l’inevitabile conclusione che in Italia non nascono bambini perché mancano le strutture per il sostegno (anche economica) delle famiglie, e con una permanente penalizzazione del già pesante carico femminile.
Tutto verissimo. Si citano in proposito le politiche demografiche della Francia, che è riuscita a invertire la tendenza con vigorosi interventi a sostegno per le politiche famigliari. Di nuovo, tutto vero.
Ma forse ci sono cause più profonde sulle quali sarebbe necessaria un'ulteriore riflessione. Basti pensare che non solo in Italia nascono pochi bambini, ma va aggiunto che una quota significativa dei giovani più intraprendenti (e probabilmente più bravi nel loro ambito), emigrano.
Soltanto in Gran Bretagna (che non è un paese in felicissime condizioni economiche) sono emigrati negli anni più recenti almeno 100mila giovani italiani.
Nascono pochi bambini e i migliori emigrano: una situazione nazionale molto distante dall’essere soddisfacenti. Non solo ma oltre 3 milioni di giovani oggi non lavorano e nemmeno studiano.
Si citano spesso i francesi, che fanno più figli, non solo perché ci sono più asili nido, ma anche perché credono nel futuro della Francia. Per ragioni storiche: perché sono uno stato pressoché unitario, in continuità tutt’oggi da più di 1000 anni, con in mezzo una rivoluzione che ha cambiato i destini del mondo. Gli stessi disordini sociali di queste settimane per la riforma delle pensioni, e la determinazione del suo governo nel perseguirla, mettono in luce la conflittualità dura del confronto politico nel paese. La Francia è l’unica potenza europea (dopo l’uscita della Gran Bretagna) dotata della bomba atomica, così da permettere al suo presidente in carica di andare in Cina da Xi Jinping, venendo trattato alla stregua di una potenza “alla pari”. Con risultati che sollevano molti dubbi tra gli alleati, ma questa è un’altra storia.
Per inciso, ben diverso è stato il trattamento riservato alla von der Leyen, soltanto presidente di un’unione di stati non ancora formalmente un’unica entità giuridica.
A questo punto, confrontando Italia e Francia, la domanda che sorge inevitabile è: siamo altrettanto sicuri che per la popolazione italiana ci sia un altrettanto diffuso senso di volontà di affermazione nazionale nel lungo periodo? Sorgono molti dubbi, perché nella nostra gente si percepisce un senso di quasi rassegnazione, nonostante le sempre lodevoli eccezioni. E l’azione del governo attuale non sempre aiuta.
Il rapporto più importante che abbiamo è quello con l’Europa (con chi altrimenti?). Si percepisce un rapporto pieno di diffidenze (naturalmente ricambiato); si percepisce soltanto una politica di rivalsa, se non di vero e proprio risentimento. Quasi risuona il richiamo alla «vittoria mutilata» della Grande Guerra, che poi ha portato l’Italia alle disgrazie storiche negli anni successivi.
È vero, di fronte alla massiccia immigrazione delle settimane più recenti, l’Italia non è stata aiutata, come avrebbe dovuto. Ma nell’ultimo mezzo secolo tutta l’Europa è stata invasa dall’immigrazione, ed ogni paese europeo ha avuto la sua parte: la Francia con l’Algeria, la Spagna con il Marocco, la Germania con il milione di siriani nel 2015, oggi la Polonia con i fuggiti dall’Ucraina. Per non parlare del piccolo Belgio, che oggi ha una popolazione a maggioranza musulmana.
Il problema dell’immigrazione, con il cambiamento climatico (con il quale è strettamente collegato), sarà il grande problema dell’Europa nell’immediato futuro.
Dobbiamo impegnarci ad affrontarlo con ottimismo, anche per una nostra convenienza economica, per la scarsità di manodopera nazionale. Dobbiamo educare noi stessi al rapporto con l’Altro, perché questo arricchirà tutti.