Editoriale
È in corso la terza ondata di colloqui tra le delegazioni russe e ucraine ad Istanbul, fortemente voluti dal presidente ucraino Volodomyr Zelensky per assicurare che «l’Ucraina è pronta a lavorare nel modo più produttivo possibile» per la risoluzione pacifica del conflitto. Immediata è stata la risposta del Cremlino, sottolineando il fatto che non bisogna aspettarsi «miracoli o svolte improvvise» da queste trattative.
Infine, l’ultimo argomento, ma non per importanza, è la questione del cessate il fuoco e il ritiro delle truppe dove la Russia presenta due opzioni relative al ritiro completo delle forze armate ucraine dai territori occupati e annessi ovvero lo sblocco dei riposizionamenti con smobilitazione e controllo mentre l’Ucraina esige un cessate il fuoco incondizionato e totale con monitoraggio internazionale e slegato da questioni territoriali.
Questa breve rassegna dimostra, in realtà, la complessità delle questioni politiche e militari su cui sarà notevolmente difficile pervenire ad un negoziato che possa soddisfare entrambe le parti. Sappiamo che il presidente russo non ha intenzione di cedere su nessuna condizione, posto che la sua strategia prevede la continuazione del conflitto quanto meno sino all’arrivo della «rasputiza» (fango) in autunno e l’annichilimento del governo ucraino: una vera e propria resa incondizionata che consenta a Mosca di non perdere l’Ucraina dalla propria sfera d’influenza post-sovietica.
Sappiamo anche quanto sia difficile per il presidente Zelensky continuare a mobilitare persone da inviare in trincea e difendere il proprio paese con i pochi armamenti a disposizione, che riceve con estrema lentezza dagli Stati Uniti.
Nulla di nuovo, quindi, se ci limitiamo ai contenuti di questo memorandum. Sinora i negoziati sono stati utili per continuare lo scambio di prigionieri, prevedendo un’eventuale amnistia, e per mantenere una parvenza di dialogo diplomatico.
Tuttavia, in questo documento russo sono menzionate altre richieste su cui gli analisti e opinionisti non si sono adeguatamente soffermati, come ad esempio lo status ufficiale per la lingua russa, la rimozione delle restrizioni contro la Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca e il divieto di acquisizione/schieramento di armi nucleari in Ucraina.
Tuttavia, la condizione più importante per il Cremlino riguarda la richiesta di elezioni presidenziali e parlamentari da svolgere il prima possibile in Ucraina. L’obiettivo principale della cd. «Operazione speciale militare» russa consisteva proprio nella destituzione di Zelensky per sostituirlo con l’ex presidente Viktor Janukovyč, che era fuggito da Kyiv durante la rivoluzione EuroMaidan nel 2014; una fuga che è stata considerata a Mosca come un colpo di Stato organizzato dagli Usa e dall’Ue per sganciare l’Ucraina dall’orbita russa. In questi mesi Putin ha spesso ricordato che non considererebbe valido e legale un trattato di pace firmato dal presidente Zelensky, ormai delegittimato nel suo ruolo a causa dell’applicazione della legge marziale che ha ulteriormente rinnovato il mandato presidenziale sino al prossimo 5 novembre. È plausibile che questa mossa del Cremlino sia semplicemente un pretesto per «eliminare» dalla scena politica Zelensky, auspicando che possa vincere in futuro un candidato filo-russo o capace di equilibrare le diverse istanze presenti nella società ucraina, mantenendo un dialogo con il mondo occidentale, ma riprendendo anche contatti politici ed economici con la Russia di Putin. E, indubbiamente, per ottenere questo risultato l’amministrazione presidenziale russa potrebbe avvalersi dell’efficace apparato di disinformazione per manipolare l’opinione pubblica ucraina, soprattutto puntando sugli errori strategici e tattici di Zelensky, il «capo espiatorio» della sconfitta dell’Ucraina.
Ma senza addentrarci troppo in scenari futuri che possono cambiare velocemente, visto il ruolo di rilevanti attori politici quali la Cina e gli Stati Uniti, si può ritenere che questi colloqui e quelli futuri servano, in realtà, alla Russia e all’Ucraina per temporeggiare in attesa di eventi militari o politici che possano accelerare/ritardare la risoluzione, anche temporanea, della guerra. D’altronde la guerra in Ucraina è solo un «pezzo del puzzle» del sistema internazionale, messo in discussione dalle potenze revisioniste ed è più probabile che le sorti di questo conflitto saranno decise tra Donald Trump, Putin e Xi Jinping, come emergerebbe dalla notizia di un loro eventuale incontro il prossimo settembre in Cina.
Se c’è, invece, un vero dato politico di cui, soprattutto la classe dirigente europea, dovrebbe tener conto è la centralità che la Turchia di Recep Erdoğan ha assunto in termini di locus privilegiato e di mediatore nelle grandi controversie mondiali. Ma, attenzione, questo ruolo non è circoscritto al conflitto ucraino. Questa settimana avranno luogo anche i negoziati tra l’Europa - nel formato E3/UE che include la Francia, la Germania, il Regno Unito e l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza - e l’Iran. Sarebbe una strategia lungimirante se gli europei approfittassero di questo incontro per riacquistare credibilità internazionale con lo scopo di contenere il programma nucleare iraniano, visto che Teheran cerca di mantenere un filo rosso con il mondo occidentale per ridurre le sanzioni ed evitare la riattivazione di altre da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sospese nel 2015.
Forte della sua posizione geopolitica che funge da ponte tra l’Europa e l’Asia, la Turchia sta giocando abilmente, ma senza esporsi troppo, una partita interessante nelle relazioni tra le diverse potenze regionali e globali in termini di cooperazione e competizione in base alle aree di interesse specifiche.
Gli attuali e profondi sconvolgimenti della politica internazionale ad opera delle grandi e medio potenze sembrano così proiettarci indietro nel passato, ai tempi dei conflitti tra Imperi che hanno lasciato un segno indelebile nella geografia culturale, politica ed economica del mondo.
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