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IL DIBATTITO

Baby gang, Balestrazzi: «Parma ritrovi lo spirito di riscossa degli anni '80»

Baby gang, limite alla libertà di tutti

15 Dicembre 2021, 03:01

Gabriele Balestrazzi

Il problema è grave e il dibattito è scivoloso, stretto fra i primi accenni di campagna elettorale e gli slogan da stadio che rimbalzano sui nostri social. Allora, lasciando volentieri questi aspetti a chi fa oggi informazione e politica in prima linea, provo a essere utile sul tema «baby gang» mettendo a disposizione - per chi volesse trarne spunti - archivi e memoria di un cronista di ieri. Già, perché la violenza giovanile non è certo un inedito per la nostra città. E non è neppure una unicità parmigiana, se si scorrono le cronache di tante altre città italiane: un male comune, cosa che certo non consola, e un problema che ovunque sembra trovare a fatica soluzioni. Eppure, i lettori meno giovani ricorderanno che in questo campo abbiamo passato anche momenti peggiori e li abbiamo saputi superare.

Soprattutto tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, Parma fu scossa da almeno tre fatti gravissimi e purtroppo tragici. Nel 1979 il delitto di via Isola (il padre di una ragazza che era stata fatta oggetto di un «gavettone», colpito da un pugno e morto battendo la testa, nel cadere). Poi l’efferato anche se poco ricordato delitto del garagista, quando due giovani uccisero un uomo dandogli addirittura fuoco durante una rapina. E infine, nel 1983, il delitto del Federale, ai margini di una partita dell’estivo Torneo dei Bar.

Fu soprattutto quest’ultimo a scuotere Parma. L’età della vittima (Stefano Vezzani, 17 anni, oggi ricordato in un parco nel Montanara) e quella dei responsabili, a loro volta minorenni, furono un dolorosissimo squarcio su un problema che la città aveva troppo a lungo ignorato: appunto il malessere giovanile, soprattutto in alcuni quartieri di periferia. Nacque dopo quella tragedia un innovativo percorso giudiziario-rieducativo per evitare ai cinque giovani il carcere, che li avrebbe forse perduti definitivamente: ne fu coinvolto lo stesso ministro della Giustizia di allora (Mino Martinazzoli) e ovviamente non fu facile presentare questa iniziativa alla famiglia del ragazzo ucciso. Però fu anche una scelta coraggiosa e costruttiva, che fece notizia a livello nazionale.

Ma soprattutto, sulla più generale questione giovanile ci furono un risveglio e una serie di progetti davvero corali. Parma mise in campo energie intellettuali e realizzazioni concrete: ne furono protagonisti personaggi come il vescovo Benito Cocchi, don Pino Setti, il sindaco Lauro Grossi, Mario Tommasini, Ulisse Adorni… e davvero partecipò un po’ tutta la città. Pur nella diversità delle idee, si mise davanti a tutto l’obiettivo di recuperare il tempo perduto; e a questo si arrivò anche con una collettiva e inedita autocritica, specialità per la quale noi parmigiani non siamo sempre portati. L’aspetto più importante fu che non ci si mise solamente a parlare «dei» giovani, ma si iniziò seriamente a discutere «con» i giovani sul loro mondo.

Si parlò di problemi, compresa la piaga della droga che provocava a quei tempi una decina di morti all’anno per overdose con il tragico «buco»: una battaglia che vedeva a Parma in prima linea don Luigi Valentini e Betania, i medici Rocco Caccavari e Pier Paolo Vescovi (con idee non sempre collimanti), il neo arrivato Centro Orizzonte e ovviamente il Sert dell’azienda sanitaria, e certamente dimentico altri nomi e altre sigle. Oppure si sviluppò ulteriormente l’attività nel Montanara del Gruppo Scuola, nato intorno a Maria Magnani Munarini, alla quale nei giorni scorsi è data dedicata una targa all’ingresso del parco, nel quartiere che sbrigativamente veniva allora etichettato come «Bronx» parmigiano. Ma al di là degli addetti ai lavori e delle singole esperienze, si cercò anche e soprattutto di confrontarsi diversamente con i ragazzi e di far emergere i loro modelli (giusti o «sbagliati») e di capire i loro sogni: ci furono tante iniziative pubbliche, non formali e non banali. E ne venne ampiamente coinvolto il mondo dei media: dalle cronache e agli approfondimenti della Gazzetta ai dibattiti in diretta delle tv locali. Nacque allora, ad esempio, l’idea di una delle prime trasmissioni con i ragazzi interamente protagonisti, che di lì a poco sarebbe sfociata in una televisiva «Vasca», titolo di Tv Parma che ricalcava la vasca-fiumana under 20 che il sabato pomeriggio riempiva, animava e paralizzava via Cavour, dove all’epoca ancora passava - con crescente fatica - il bus. Anche piccolissimi semi, quindi, ma di una semina che interessò tutta la città.

Si parlò tanto di cronaca nera e disagio, ma ad esempio si parlò anche di musica con le band di allora: dall’agri-rock dialettale dei Ciois agli Rh positivo ai tanti altri gruppi che ogni settimana vivevano il loro momento di gloria al microfono dell’indimenticabile Claudia Magnani o nei raduni delle band scolastiche al palasport. Oppure si parlò di teatro e altre performance scolastiche, con la nascita del Meeting Giovani: una intelligentissima intuizione dell’Azienda sanitaria locale che univa e metteva a confronto gli studenti in una tre giorni al Teatro al Parco intensissima e piena di stimoli. Iniziativa tuttora in piedi, anche in tempi di Covid con una versione You Tube.

Certo, sarebbe bugiardo e superficiale dire che il problema fu allora «risolto», ma è altrettanto certo che sequenze così tragiche non ebbero più a ripetersi. E qualcosa si mosse. Con non poca emozione, in quello stesso stadio Federale che vide il dramma del 17enne Vezzani, si è visto simbolicamente nascere tanti anni dopo uno dei centri giovanili comunali dove tuttora trovano casa tante iniziative e tanti teenager. Lo inaugurò proprio una partita fra squadre dei due quartieri coinvolti da quella tragedia, e a bordo campo c’era - commosso - uno degli amici di Stefano che tanti anni prima si era raccontato su un prato del Montanara, insieme alla sua compagnia smarrita di fronte alla tragica morte dell’amico, davanti alle telecamere.

C’è, in tutto questo, qualcosa che vada oltre uno sterile amarcord e che possa oggi guidarci di fronte a un fenomeno certamente diverso (si pensi all’elemento multietnico), ma per tanti versi anche eternamente simile a quel malessere giovanile che è in fondo un tema ricorrente che ci accompagna fin dalle contestazioni del Sessantotto? Ad altri il giudizio e la scelta delle azioni utili nel 2021, comprese ovviamente quelle di ordine pubblico. Ricordando magari, a questo proposito, un dibattito proprio sui giovani di cinque anni fa nel quale il moderatore accennò esplicitamente al problema delle baby gang (allora in azione soprattutto nella zona Galleria Polidoro-via Mazzini) e il prefetto di allora lo bacchettò, giudicando il tema baby gang una «esagerazione giornalistica». Un errore di valutazione datato 2016, di cui fare tesoro.

Però, guardando a quegli anni, almeno uno spunto utile e concreto anche per oggi ci può essere: quella Parma aveva tante anime diverse e spesso anche contrapposte, ma seppe andare oltre le divisioni per fare fronte unico in quella difficile stagione. E soprattutto, come mi disse in una intervista su Tv Parma l’allora presidente della Famija pramzana, il professor Fulvio Ferrari, c’era e c’è una Parmigianità che può unire le generazioni: non retorica né folcloristica, fatta di valori morali su cui la nostra comunità ha costruito la propria Storia. Valori che possono e devono essere condivisi con i giovani della città perché a loro volta se ne sentano eredi. Una Parmigianità etica e laboriosa come i Mesi dell’Antelami, fatta di diritti ma anche di doveri, di studio e di impegno, con la quale oggi dovremmo contagiare anche ragazzi la cui storia non ha radici parmigiane. Compito quindi ancora più difficile, ma non impossibile se - ripensando proprio a quelle parole di Ferrari di ormai 40 anni fa - quella vera e nobile Parmigianità, che innanzitutto è rispetto degli altri, noi sapremo anzitutto ritrovarla in noi stessi per poi reinventare il modo di insegnarla nell’era del digitale ai parmigiani di domani, «del sasso» e non.

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