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Intervista

Le storie «acide» di Verdelli, da Tortora a Rosa e Olindo

Le storie «acide» di Verdelli, da Tortora a Rosa e Olindo

29 Dicembre 2021, 03:01

La mano è quella dello scrittore, lo sguardo del grande giornalista. Carlo Verdelli incornicia, in una ideale autobiografia, insieme professionale e personale, la galleria di vicende che ha seguìto sul campo e che hanno una vita oltre l'effimero del “quotidiano”. Quaranta storie, nel bene o nel male, da Enzo Tortora a Rosa e Olindo, da Alex Zanardi a «René» Vallanzasca, in sei sezioni (Il caso è chiuso - Lottatori - Cognomi - Anime nella corrente - Luoghi - Finimondo) e un titolo eloquente: «Acido - Cronache italiane anche brutali» (Feltrinelli, 301 pagg., 19 euro). «Acido», come una delle storie raccontate («La coppia dell'acido al 37 per cento») ma «acido» come un certo modo di fare giornalismo, che butta per aria le verità ufficiali.

Carlo Verdelli, un collega, recensendo il libro, ha detto: «non è per tutti», non è per chi ha già la soluzione in tasca.

«Per la verità è un libro di storie, storie giornalistiche. Non è che non sia per tutti. Il giornalismo è un modo per raccontare - con una propria tecnica e linguaggio - fatti e persone, protagoniste o vittime o che in qualche modo hanno partecipato. Io ho fatto questo: ho raccolto, descrivendole, alcune delle vicende che più mi hanno colpito durante la mia carriera».

Enzo Tortora, un inizio imprescindibile.

«Ho cominciato con il caso Tortora perché è veramente speciale, anche nella storia giudiziaria italiana e del costume. Tortora è vittima, entra in un “macchina” da cui uscirà vivo ma stritolato. Ho provato a ri-raccontare la sua vicenda con un linguaggio nuovo, concentrandomi su dettagli che magari erano sfuggiti e, soprattutto, concentrandomi sul fatto che i magistrati e gli inquirenti che lo hanno condannato in primo grado, sbagliando clamorosamente, non hanno pagato, anzi sono stati premiati in carriera. Mi sembra una lezione civile importantissima».

La famiglia di Tortora ha letto, le ha scritto?

«Sì, molte persone mi hanno comunicato il loro piacere di essere parte di questo “Acido”».

Il capitolo «Lottatori» si apre con Alex Zanardi, un uomo «da cui non sai mai cosa aspettarti».

«Ne ho parlato anche qualche giorno fa sul “Corriere”, in una occasione bella. Non ho conosciuto Zanardi nella sua prima vita, da pilota. Lo conosco e lo seguo dalla seconda vita, campione di handbike, quattro medaglie d'oro ai Giochi paralimpici di Londra e Rio, e altri premi. È una persona speciale; uno che ha reagito poi ha avuto di nuovo un incidente terribile e di nuovo sta reagendo come pochi avrebbero la forza di fare. La sua storia va di diritto dentro “Acido”».

«Acido» è anche il titolo di uno dei racconti, «La coppia dell'acido», che mette i brividi nella sua follia.

«Il titolo prende spunto dalla storia della coppia milanese di cui poi si scoprirà che l’uomo era il dominatore mentre la ragazza, come stregata, era stata convinta a “purificarsi” sfregiando con l’acido i fidanzati precedenti. È una storia criminale che non ha pari, un caso che ho seguito con grande attenzione. “Acido” da lì, ma “acido” è anche il tipo di giornalismo che pratico da sempre, non dolce, non accondiscendente, un giornalismo più aspro».

Lei è un maestro di giornalismo e l’amore per la professione trasuda nelle pagine del libro.

«Ho iniziato un po’ per caso, è capitato da ragazzo... a Repubblica Milano cercavano dei collaboratori per le pagine locali. Poi il giornalismo è diventato una vocazione: non saprei fare nient’altro e non ho fatto nient’altro negli ultimi quarant’anni. Il libro è un’autobiografia professionale ma anche un’autobiografia personale perché il mio lavoro ha coinciso con la mia vita; e questo lavoro tanto ti toglie anche alla vita privata».

Il giornalismo di domani?

«Non sono tra i pessimisti. Siamo in una fase di passaggio in tutto il mondo: perderemo i “vecchi” giornali come li abbiamo vissuti, in Italia più lentamente rispetto a realtà dove il giornalismo è già su altre piattaforme con successo, penso all’America, all’Inghilterra e alla Germania, ma finché ci sarà una storia da raccontare - e questo succede dell’alba dell’umanità - ci sarà il giornalismo».

Una domanda “acida”: da un mese a questa parte su ogni quotidiano, telegiornale, negli spazi di approfondimento, troviamo il tema «Draghi al Colle», «Berlusconi al Colle». Ora, questo tipo di narrazione giornalistica l'appassiona? O non finisce per banalizzare un tema importante? Da direttore, come si comporterebbe?

«Premetto che la scelta del prossimo presidente della Repubblica sarà cruciale per il futuro del Paese e di questo Governo. È un momento fatale, anche per questa scelta. Detto questo, ho imparato che quando uno è “fuori”, come me in questo momento che non sto dirigendo, non deve dare giudizi su quello che fanno gli altri perché, quando sei al timone di una nave, ci sono delle condizioni che ti fanno fare scelte che da fuori sono difficili da capire; quindi è sempre meglio non dare giudizi. Ecco, diciamo che non leggo tutto».

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