Vigili del fuoco
Era il 30 gennaio anche allora, ma di due secoli fa. L'Italia non era che una mera espressione geografica, e all'ombra del Battistero regnava Maria Luigia. Tutto o quasi diverso da oggi, tranne l'urgenza di spegnere i roghi, allora ancora più frequenti. Dal 1822 non ci si sarebbe più arrangiati alla meglio: la Duchessa aveva deciso di istituire gli antenati dei nostri vigili del fuoco. L'idea era del Neipperg, che in un grave incendio aveva visto un nobile parmigiano, Giuseppe Stocchi, reduce delle campagne napoleoniche, distinguersi per «ardire e prudenza». Fu lui il primo comandante, a titolo gratuito. «Sono trascorsi 200 anni - - sottolinea Giuseppe Sirocchi, presidente della sezione locale dell'Associazione vigili del fuoco, che a Parma riunisce una 90ina di soci -ma allora come oggi vale il motto che compare sul nostro stemma: “Flamma domamus, donamus corda”. Domiamo le fiamme, doniamo i cuori. Giusta sintesi».
Il primo plotone di Pompieri parmigiani, scelti tra muratori e falegnami, nacque in sordina, affiancato a un corpo dagli obiettivi opposti, almeno in teoria. Venne infatti aggregato all'«Artiglieria urbana», come spiega il volume «Le guardie del fuoco a Parma e provincia» pubblicato nel 1997 da Roberto Pasini, ex caposquadra di via Chiavari che da anni ha smesso la divisa, ma continua a tenere viva la memoria storica locale del Corpo. Il suo libro è una vera miniera. I primi pompieri, già dotati di elmetto, indossavano farsetto corto e pantaloni larghi «di grosso panno di lana, di colore grigio scuro». Lo stipendio era fisso solo per istruttore e comandante: gli altri erano pagati a intervento.
Nel 1825 il distacco totale dagli Artiglieri. Prima sede, con alloggi anche per le famiglie, l'ex convento dei Servi, l'attuale Don Gnocchi: ospitava un comandante, un sergente, sei caporali, 24 pompieri e due trombettieri. Nel 1844, il trasloco per l'ex convento delle Bajarde, all'angolo tra l'odierna via Petrarca e borgo del Correggio. Già uscire era un'emergenza: gli ostacoli della falegnameria di Angelo Avanzini erano in agguato. Al buio ci fu chi s'infortunò, rovinando contro gli attrezzi.
L'avena nell'ex chiesa
Il legno allora è ovunque: con la fiamma viva ci si scalda e si cucina. Gli incendi sono all'ordine del giorno. Corse numerose, mezzi scarsi. Tanto che nel 1872 un comandante si lamenta con il sindaco delle condizioni indecorose delle uniformi con cui i suoi devono lavorare. Intanto, il debito della collettività nei loro confronti aumenta. Il 25 agosto del 1897 è solo grazie ai pompieri in prima linea per due giorni che dall'incendio dell'ex chiesa del Carmine usata come magazzino si salvano 1.500 quintali di avena (e le fiamme non si propagano al resto del centro). Impossibile calcolare i danni all'ex chiesa già colpita da un incendio nel 1857. È degli inizi del secolo scorso l'assunzione di sei guardie-pompieri, dipendenti comunali dalla duplice funzione, a seconda delle necessità: la loro sede è in via della Salina. Il doppio ruolo, strano ai nostri occhi, resisterà fino al 1924.
È allora che si costruisce la nuova caserma nell'attuale via Gorizia. Per 70 anni si starà lì. A volte sono gli stessi soccorritori ad aver bisogno di soccorsi. Come quando un'autopompa lanciata a tutta velocità per un allarme incendio in borgo Retto finisce nella maglieria Schmidt in via Cavour. O come quando un'altra autobotte si ribalta sull'ingresso del Petitot per evitare una corriera contromano. Nel 1929, ai pompieri parmigiani va la prima medaglia al Valor civile, per l'intervento nell'attuale via Gramsci dopo lo scoppio di palazzo Monici, nel quale era appena stata riempita la cisterna della benzina. Una delle tragedie più gravi di Parma in tempo di pace: 27 le vittime.
Le messe del vescovo
Con il regio decreto del 1938 i pompieri diventano vigili del fuoco. L'organico provinciale conta 5 ufficiali, 9 graduati e 58 vigili, con sedi anche a Fidenza, Salsomaggiore e Busseto. In caso di conflitto i numeri sono pronti a raddoppiare, con l'aggiunta di distaccamenti a Borgotaro, Fornovo e Langhirano, oltre che al campo d'aviazione Natale Palli, in stazione e ai magazzini comunali. Ma in guerra i vigili del fuoco in un certo senso ci sono sempre. E contano i caduti. Come Ercole Servini Fidenza, morto a Fidenza nel crollo seguito all'incendio alla distilleria Sadif. Gli anni scorrono tra terremoti ed esondazioni: del Po e del Taro, fino a quella del Baganza nel 2014, a due passi dalla caserma di via Chiavari, nella quale il 115 si è trasferito ai primi anni 90. Non mancano gli incendi, ovviamente. Anche giganteschi, come alla raffineria di Fornovo.
Ma è per un disastro ferroviario a Solignano che Parma riceve la seconda medaglia di bronzo. I vigili del fuoco estraggono vivo dalle lamiere l'unico ferroviere sopravvissuto al frontale tra due treni il 4 giugno del 2000. E sono sempre i pompieri a salvare l'Angiolen sulla vetta del campanile del Duomo incendiato da un fulmine alle 3 del 22 ottobre 2009. «Ricordo il silenzio spettrale e le fiamme lassù, nel buio - racconta Fabrizio Finuoli, direttore-coordinatore dei vigili del fuoco di Parma -. Io e altri 5 salimmo a 67 metri di quota, nella torre campanaria, senza vie d'uscita...». Il rischio che la copertura crollasse era serio, ma i sei proseguirono. L'Angiolen protesse anche loro. E loro salvarono la statua. Medaglie, non ne ricevette nessuno. Ma riconoscimenti sì. Anche dal vescovo. Da allora, è monsignor Enrico Solmi a celebrare ogni anno la messa per Santa Barbara, la patrona dei vigili del fuoco che hanno salvato il simbolo della città. Era destino che un colpo di fulmine fondesse ancora di più la storia di Parma e dei suoi pompieri.
Roberto Longoni
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