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Il libro

«Diari di guerra», quando eravamo noi a sognare la pace

«Diari di guerra», quando eravamo noi a sognare la pace

06 Maggio 2022, 03:01

A Pieve Santo Stefano, piccola cittadina dell’alta val Tiberina in provincia di Arezzo, c’è un museo unico al mondo perché qui, si dice, le vite ordinarie diventano straordinarie. Il merito è che quelle storie, nelle stanze del piccolo museo, sono raccontate dai diari di chi quelle stesse vite le ha vissute. Scritti lunghi, corti, a macchina, a penna o a matita con un fine comune: fare memoria di storie che, rilette oggi, diventano, appunto, straordinarie.

La stessa emozione la si può vivere ora grazie a Gianfranco Carletti. Storico collaboratore della Gazzetta di Parma (da quasi 50 anni racconta sul giornale la sua Collecchio), Carletti ha avuto la fortuna, e la bravura, di raccogliere in tanti anni non solo le storie di tanti collecchiesi (scrivendoci pure molti libri) ma anche, si scopre ora, avere in dono gli stessi diari che quelle persone hanno riempito di ricordi. Scritti dove non c’è solo memoria degli eventi, ma anche tanto cuore. Perché è il cuore, scrive Carletti, «che ci dice che la memoria è qualcosa che rimane aggrappata a noi, che non ci abbandona anche se a volte ciò che ricordiamo più vividamente sono proprio le cose che vorremmo dimenticare». In più il bisogno di «fare tesoro di ciò che abbiamo passato, di ciò che abbiamo vissuto, pensato, per non ripetere gli stessi errori, per “passare il testimone”, per affermare che, sì, anche noi c’eravamo, ci siamo stati». Ed è partito da questo Gianfranco Carletti nel libro “Diari di guerra” edito nella “collana memorie” del comune di Collecchio. Un volume che raccoglie undici storie, undici diari davvero straordinari di altrettanti collecchiesi che hanno deciso di mettere su carta la loro vita in guerra. Undici diari, undici preziosi doni per la memoria collettiva di Collecchio e per quella di tutti noi che Ferdinando e Giorgio Ferrari, Donato Adriano Dilauro, Virginio Donelli, Giovanni Graiani, Enzo Piazza, Giovanni Levati, Renato Monica, Adelmo Pedretti, Memmo e Eliseo Brambilla hanno deciso di donare a Gianfranco Carletti e, con lui, a tutti noi.

«Sono undici diari di guerra, di prigionia così diversi fra loro», ma, aggiunge l’autore del libro, «anche tanto uguali perché su taccuini, quaderni improvvisati, lettere o cartoline raccolgono i giorni più dolorosi, quelli dei combattimenti, della fame, della paura. Quasi a voler mettere nero su bianco qualcosa a cui non si poteva credere, qualcosa che a fatica si riusciva a sopportare, ma che non si poteva evitare».

Ne sa bene qualcosa Renato Monica, nato a Vigatto nel 1921 e diventato bersagliere a vent’anni, nel 1941. Due anni dopo deciderà di non aderire alla Repubblica Sociale Italiana e si unirà ai partigiani. Viene tradito, come tanti, dalle spie e le brigate nere lo prendono vicino a casa. «Tremo ancora a rileggere il suo diario – racconta Carletti – Prima di tutto per una coincidenza incredibile: lo hanno arrestato proprio nell'abitazione alle porte di Collecchio dove oggi abito io. E poi perché Monica ha avuto la forza di raccontare la sua terribile prigionia a Mauthausen e Gusen, e da dove è tornato vivo solo per miracolo». Strazianti le parole che scrive Monica. Il 21 gennaio del 1945, ad esempio, ricorda disperato: «Ma quanto male abbiamo fatto per meritarci questo castigo?» Lo scrive dopo essere passato accanto al forno crematorio di Mauthausen dove «vidi una fila indeterminata di cadaveri che giacevano al suolo», il tutto nella neve, al freddo, e vestito solo di «una misera giacca tutta sporca di sangue e un paio di pantaloni simili alla giacca. Chissà quante persone morirono con questa divisa?» Il manoscritto di Monica si chiude il 16 gennaio del 1945, poi sarà liberato.

Tre anni di storie condensati in un uno sono invece quelli di Giovanni Levati che Carletti ha raccolto e decifrato, sì proprio così decifrato. «Nel 1943, a settembre, Levati è in Albania e con sé ha una piccola agendina come quelle che regalavano in banca – spiega l’autore del libro – Giorno dopo giorno, in modo metodico e preciso, comincia così a scrivere ogni volta i nomi, i luoghi e quello che gli succede». L’agendina lo seguirà sino al 1945 e «ogni giorno verrà usato tre volte per raccontare cosa succedeva. Io ho potuto dividere i racconti anno per anno da ogni foglio solo perché Levati ha usato una volta la matita, una volta la penna ed una volta un pennarello». E fra le date di questo minuzioso diario ecco spuntare il 31 dicembre del 1943 con Levati che in un campo di prigionia tedesco si prepara al nuovo anno. Lo racconta così: «Alla sera facciamo una buona giornata con le sardine e la zuppa: tutta roba nostra. Speriamo bene in seguito e di avere presto la fine di questa vitaccia». Una «vitaccia» che finirà con il suo ritorno a Collecchio. Con lui ci sarà anche Maria Wiliczko, arrestata a Leopoli dai tedeschi quando aveva solo 17 anni. Si incontrarono nell’infermeria di un lager e fu subito amore tanto che, racconta Carletti, «Levati un giorno le disse: “Se ci salviamo, ci sposiamo”. E così fu. Alla fine della guerra».

C’è amore anche nel racconto di Giorgio Ferrari. Lui sposerà Wanda Laszczyk, polacca. Lo farà prima di fare ritorno a casa e prima di scampare miracolosamente alla deportazione in Siberia. Il suo diario conclude un secolo di guerra in famiglia, grazie anche al manoscritto di papà Ferdinando che, a differenza del figlio, racconta la prima guerra mondiale, vissuta da prigioniero sino al 28 dicembre del 1918 quando ritorna a casa e, scrive, «non baciai la terra del mio bel paese quando scesi dal tram perché commosso in tal modo che piansi come un bambino».

Poi c’è il racconto partigiano di Giovanni Graiani, la prigionia di Enzo Piazza e il ritorno dalla Germania di Virginio Donelli nella sua terra, finalmente, «fra gente amica che parlava l’italiano e anche il nostro dialetto; la sera era limpida e stellata, come capita a settembre». Uniti in un unico racconto sono invece Adelmo Pedretti, Memmo ed Eliseo Brambilla. Parenti fra loro, vivranno tutti e tre le terribili vicende della seconda guerra mondiale e, sempre tutti e tre. decideranno di non dimenticare scrivendo un diario.

Ma nel libro “Diari di guerra” un ruolo particolare va al manoscritto di Donato Adriano Lauro. «E’ stato lui a spingermi in questa avventura – racconta sempre Carletti – Nel 1986 mi fece dono del primo diario, era il suo. Me lo regalò dopo che scrissi un articolo sul suo viaggio in bicicletta da Collecchio, dove era direttore delle poste di San Martino Sinzano, a Barletta dai familiari. Dalla Puglia ritornò a Parma con il racconto della sua esperienza in guerra e una volta amici, dopo alcuni mesi, me lo regalò. Da allora sono andato alla caccia di altre storie e di altri diari. Ora li ho raccolti in questo libro e la sindaca di Collecchio Maristella Galli mi ha offerto la possibilità di pubblicarli». Un libro in presa diretta come le parole dei protagonisti, ma ricco anche di tantissime immagini fra foto d’epoca e i documenti che testimoniano quanto successo.

Storie di sofferenze passate, ma soprattutto testimonianze per il futuro, «per fare memoria e diventare costruttori di pace», si legge nella copertina del libro. Perché sotto sotto Ferdinando, Giorgio, Virginio, Giovanni, Enzo, Giovanni, Renato, Adelmo, Memmo ed Eliseo, scrivendo le proprie memorie, avevano lo stesso desiderio di Donato Adriano che il suo diario lo finisce con questa frase: «Che questo mio scritto serva da monito verso le presenti e future generazioni, affinché queste tragedie umane siano ben comprese, facendo attenzione che possano facilmente ripetersi». Oggi più che mai è bene ripeterlo.

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