La storia
Chiamatelo Iron Giò. E non tanto per l’arto metallico (per quello, sofisticato com’è, l’aggettivo appropriato sarebbe «bionico»), quanto piuttosto per il carattere, il coraggio, l’esempio che da sempre distribuisce anche tra gli adulti. Per i primi sedici anni ha convissuto con la gamba destra affetta da emimelia di terzo grado: girata quasi all’indietro, senza perone, il piede appena formato. Ci ha camminato e corso sopra, con le stampelle della forza di volontà a fare il paio con quelle d’acciaio alle quali ben presto ha imparato ad appoggiarsi. La gamba, Giorgio Germano se l’è tirata dietro senza un lamento e, ancora di più, c'è andato in bici, ci ha fatto il bagno in mare, dove tutto perde peso. Le operazioni (a 4 mesi la prima di una ventina abbondante, dopo ognuna delle quali doveva reimparare a camminare) scandivano lo scorrere dei calendari: durante uno degli interventi è anche «morto» per 40 secondi… Intanto, i giri di vite all’impalcatura del tutore Ilizarov per allungare l’osso scientificamente fratturato hanno continuato a modulare i suoi giorni. Fino a quando, sottoposto a protesi di ginocchio, non è stato preso dalla febbre di un’infezione che quasi lo portava via.
Allora è stato lui a dire basta, nel modo più radicale possibile. E non per il dolore: tale è la sua soglia di sopportazione che di questo non ha mai parlato («Mio figlio è la persona più coraggiosa che abbia mai conosciuto» assicura il padre Alessandro, che sottolinea anche la sua ironia: «Quante volte da dietro sembra tirarmi un calcio con la gamba mancante e poi insieme ci ridiamo su»). Giorgio era solo stanco di trascinarsi dietro una zavorra. «Tagliate» ha detto, ripensando a come aveva visto giocare i calciatori amputati della Levante C. di Genova. «Gli è stato subito chiaro che vivevano meglio di lui» racconta la madre Manuela Pellizzari. Nessun dubbio né ripensamento. Giorni dopo dall’ospedale sarebbe uscito con la gamba amputata fino sopra il ginocchio, ma sorridente e leggero come se volasse, che per lui era ancora più facile di camminare. A mettere un passo dopo l'altro senza stampelle sarebbe riuscito grazie agli slanci corali di solidarietà che hanno permesso alla sua famiglia di comprargli una protesi di ultima generazione (quasi 60mila euro di costo e da sostituire nel giro di qualche anno). «Riesco pure a correrci – spiega lui – ma non oltre il chilometro e mezzo: altrimenti si surriscalda il motore». L’azione più difficile rimane salire e scendere le scale o forse credere davvero che tutto questo sia possibile.
Giorgio è figlio di Levanto, lembo ducale affacciato al mar Ligure. I parmigiani sono di casa tra le vie di questa cittadina, sulla sua spiaggia, nei suoi locali. Così, l’adolescente, nella pizzeria gestita dai genitori è diventato amico di Paolo Tanzi, 68enne imprenditore di Sala Baganza con un debole per la pesca no-kill (libera perfino le prelibate spigole). Ex rugbista, Tanzi è un uomo di cuore che ancora ama lanciarsi nella mischia o piuttosto verso la meta, quando sa che ne vale la pena. Così, conosciuta la storia di questo ragazzo innamorato dello sport, tanto ha fatto da organizzargli una giornata parmigiana.
Ieri, il ragazzo ora diciassettenne (che già aveva dato il calcio d’inizio in novembre alla partita tra il Cambridge e una selezione di rugbisti liguri organizzata per raccogliere fondi per l’associazione Iron Giò nata un paio di mesi prima) per qualche minuto ha condiviso l’allenamento con le Zebre, ricordandosi di quando bambino vestiva la maglia della Pro Recco, dieci anni fa. Il fisico e la tempra per diventare un grande sportivo non gli mancano. E chissà che la chiacchierata con Giulia Ghiretti, venuta a incontrarlo, non lo indirizzi verso l’acqua, dove pare si muova come un pesce..
«Bello conoscere Iron Giò, un ragazzo che ha dimostrato già molto coraggio - dice la campionessa di nuoto paralimpico -. Gli auguro di continuare a credere in sé stesso, attraverso lo sport o qualsiasi altra passione che possa permettergli di esprimersi al meglio come persona. E se mai qualcuno provasse, nel suo percorso, a farlo sentire diverso, tiri dritto per la sua strada: perché «se ho imparato qualcosa è che la normalità non esiste, esistono solo la persona che vogliamo essere, indipendentemente dagli ostacoli, e le persone di cui desideriamo circondarci».
«E oggi (ieri per chi legge, ndr) - assicura Giò con gli occhi che gli brillano dalla gioia– mi sono circondato di persone straordinarie». Che forse gli hanno confuso ancora più le idee di sportivo in cerca di sé stesso. Dopo aver respirato il profumo del campo di rugby ed essersi immerso nei racconti di Giulia, gli sono state aperte le porte della Dallara, a Varano Melegari. Chissà che nel tempio parmigiano dell’automobilismo non gli sia venuta voglia di mettersi anche al volante. Intanto, per ora, continua a volare con il sorriso e la forza del supereroe bionico.
Roberto Longoni
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