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Anniversario

25 anni fa l'addio a padre Natale, l'eremita del Querceto

25 anni fa l'addio a padre Natale, l'eremita del Querceto

di Paolo Grossi

14 Aprile 2023, 03:01

«La sua vita è stato un unico atto di condivisione». Così disse l’allora Vescovo di Parma Mons. Cesare Bonicelli, celebrando il funerale di padre Natale Montalti il 17 aprile del ’98. La cerimonia, affollatissima, si tenne al Querceto, davanti al rustico che dal 1974 ospitava padre Natale e la sua piccola Fraternità Francescana dell’amore Vicendevole ed Universale. Proprio lì dove padre Natale, stroncato da un tumore al cervello, si era spento il 14 aprile, esattamente 25 anni fa.

Querceto si trova sulle pendici del monte Fuso, in un punto in cui i territori dei comuni di Neviano, Tizzano e Palanzano sembrano volersi intrecciare. Siamo a un tiro di sasso da Lagrimone, snodo tra la Val Parma, la Val Bardea e la Valle dei Cavalieri. Lì sorse nel ’69 il Monastero di Santa Chiara delle Clarisse Cappuccine, luogo di spiritualità semplice e intensa, dove si ritirarono sei suore provenienti da Ferrara sotto la guida di Suor Chiara Francesca Scalfi. Erano ispirate dai dettami conciliari del «Perfectae Caritatis» che invitava ad un ritorno alle fonti. Le suore aderirono alla ricerca della povertà, della vita secondo i dettami di Gesù e San Francesco. Ma per recitare le messe quotidiane e per le confessioni serviva un prete e così nel ’71 arrivò il romagnolo Carlo Montalti, che all’epoca aveva 31 anni, era prete da cinque e tre li aveva trascorsi nella parrocchia di Gatteo Mare. In riva all’Adriatico però s’era fatta strada in lui una vocazione più estrema: quella per la vita eremitica e in povertà, maturata sotto la guida spirituale del frate cappuccino padre Guglielmo Gattiani. Il suo vescovo autorizzò il trasferimento e, entrato nei francescani, a Lagrimone per tutti divenne Padre Natale, adattandosi a vivere in un «luoghetto» che in realtà era un vecchio pollaio-porcilaia. Dal vescovo di Parma, Mons. Pasini, gli furono affidate tre parrocchie: Lagrimone, Moragnano e Rusino. E cominciò a operare, in assoluta povertà, vivendo delle offerte dei montanari e dei frutti dell’orto.

La Bibbia sempre in mano

Aveva però una straordinaria energia spirituale, che traeva dal continuo contatto con Bibbia. Non si limitava infatti a leggerla per lunghe ore, ma proprio la impugnava in ogni dove. «La mia sposa», la definiva. E ne raccomandava a tutti la lettura, così, nuda e cruda, senza neppure la glossa delle interpretazioni. Il silenzio, il contatto con la natura erano per lui gli elementi basilari per una ricarica dello spirito da condividere poi con il prossimo. Seppe conquistarsi la stima e l’affetto dei parrocchiani, al punto che la famiglia Conti volle concedergli in uso un rustico, appunto al Querceto. Due suoi cugini, con cui era cresciuto da ragazzo, facevano i muratori e gli diedero una grossa mano a risistemare tutto. Dalla Romagna arrivò sorella Anna a far da perpetua e fratel Lino, laconico ma eccezionale ortolano. Era il ’74 e da allora fino alla morte di padre Natale il Querceto è stato meta di infiniti «pellegrinaggi»: un «pronto soccorso dell’anima» lo definiva il suo fondatore. Giovani col sentore della vocazione, coppie che stavano per sposarsi, altre già sposate ma in un momento di crisi, catechisti, ragazzi in colonia: erano tante le categorie a cui padre Natale regalava la sua rustica evangelizzazione.

A farsi segnare l'anima

Potremmo definirlo un «medgone» dello spirito. Non gli bastava il tratto spartano del Querceto. In riva a un ruscello, a quaranta minuti di sentiero verso la cima del Fuso, aveva creato un «eremino», una capanna dove, appena poteva, si ritirava a pregare e dormire. Le messe da lui duravano due ore, l’ostensione venti minuti. Tanti all’inizio rimanevano colpiti dai suoi metodi, dal suo colloquiare franco e ironico, ma il seme poi spesso germogliava, e puntualmente ci si ripresentava da lui, a farsi dare quegli amichevoli pugni in fronte con cui provava a inculcare anche fisicamente il Verbo della Bibbia.

In parallelo proseguiva la cura delle parrocchie, l’assistenza ai malati, l’aiuto a chi ne manifestava il bisogno. Nel ’97 però si palesarono i primi segnali del male incurabile. Fu ricoverato a Castelnuovo Monti e anche a Milano, per poi, in fase terminale, fare ritorno a casa in Romagna. Poco prima di Pasqua però chiese di essere trasportato di nuovo al «suo» Querceto. Recitò l’ultima messa e due giorni dopo spirò. Nel giro di due settimane morirono, anche loro del male del secolo, madre Francesca Chiara e Fratel Lino. E mentre le Clarisse di Lagrimone, pur senza grandi numeri, hanno continuato a gestire il Monastero, al Querceto per un po’ è rimasta la consacrata Anna, che oggi è ancora viva ma è tornata in Romagna. Come leggete qui sotto il Querceto ha un nuovo inquilino che segue il percorso della vecchia missione dettata da padre Natale.

Ma che si sia no credenti, in qualsiasi momento fare visita al Querceto conoscendone la storia è un’esperienza profonda. I princìpi di San Francesco attirano ancora oggi nei suoi luoghi milioni di turisti e come ad Assisi anche al Querceto vien da farsi una domanda sulla piega che ha preso il mondo del capitale e del consumo. Ognuno poi, se interessato, troverà la sua risposta. Ma al Querceto potrebbe essere più facile.

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