Lezione speciale all'Itis
Una lezione speciale per gli studenti dell’Itis Leonardo Da Vinci, che hanno avuto la fortuna e l’onore di ascoltare Federico Faggin. Classe 1941, Faggin è nato a Vicenza e si è affermato nella Silicon Valley come uno dei più grandi inventori italiani ancora in vita, padre di invenzioni destinate a rivoluzionare la tecnologia e ad arrivare fino ad oggi: dal primo microprocessore al touchscreen, fino al primo processore delle reti neurali e all’intelligenza artificiale.
«Da ragazzo sognavo di diventare un perito aeronautico. Mi piaceva ideare e realizzare dei modellini. Ed è così che già a 12 anni avevo capito come si realizza un prodotto: prima si deve avere un’immagine in testa, solo così la si può realizzare. Questo processo mi ha permesso di capire come inventare qualcosa». Non potendo studiare come perito aeronautico, Faggin si è indirizzato verso l’elettronica e quindi si è avvicinato al mondo dei computer. Finiti gli studi, ha iniziato a lavorare all’Olivetti per poi riprendere a studiare fisica.
Dopo la laurea, la svolta. Si trasferisce in America: «La Silicon Valley era una terra di pionieri, arrivavano da tutto il mondo per creare nuove tecnologie, per diversi motivi. Innanzitutto, per un’apertura al nuovo e al futuro, tipicamente americana, ma era anche più semplice lavorare lì perché c’era meno burocrazia e più soldi. C’era inoltre un clima diverso, mentre in Italia c’erano dei gruppetti che competevano, in America il team work era un valore aggiunto». In questo clima più stimolante sono nate le maggiori invenzioni di Faggin.
Mentre Faggin racconta la propria vita i ragazzi sono assorbiti dalle sue parole. Un episodio in particolare ha attirato l’attenzione del pubblico e ha strappato un sorriso ai presenti: oltre a un inventore rivoluzionario, Federico Faggin è stato l’uomo che ha detto «no» a Steve Jobs. «Avevamo iniziato a proporre la tecnologia touchscreen alle ditte di telefonia, in molti rifiutarono, ma la Apple era disposta ad accettare se gli avessimo offerto l’esclusiva. Allora qui ho detto di “no”. Alla fine, sono riusciti a farlo per conto loro e così hanno dimostrato a tutti l’efficacia, permettendo a noi di conquistare la concorrenza».
Oltre alla carriera da inventore e poi da imprenditore, gli studi di Faggin si sono concentrati sulla coscienza: «C’è chi dice che la vita è un algoritmo, ma questa è follia. La scienza ancora non sa cosa sia la coscienza, non si è ancora capito come la coscienza ci possa permettere di provare emozioni, sensazioni, sentimenti». Da qui il messaggio più importante che potesse rivolgere ai ragazzi: «Un computer è semplicissimo rispetto a una cellula. Le nostre cellule cooperano l’una con l’altra e dovete impararlo anche voi: la collaborazione è fondamentale».
Agnese Capoccia
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