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Festival Verdi

Pizzi alle crociate: «Ecco i miei “Lombardi”»

Pizzi alle crociate: «Ecco i miei “Lombardi”»

21 Settembre 2023, 03:01

S'alza il sipario stasera sul XXIII Festival Verdi, in un calendario che s'impasta tra Parma e le Terre del Cigno. La formula è quella dei quattro debutti consecutivi: ai «Lombardi», seguirà domani «Falstaff» (a Busseto), poi «Requiem» e «Il Trovatore» (rispettivamente sabato e domenica al Regio).

Il gran carosello operistico si mette in moto, dunque, con un'opera non semplice (che trama!, ebbe le sue pene Solera ad adattare il poema omonimo di Tommaso Grossi): se c'è qualcuno al mondo non solo in grado ma espressamente “vocato” a rendere semplice il complesso, questi è Pier Luigi Pizzi, “archi-star” della lirica, 93 anni anagrafici che non corrispondono alla freschezza dello sguardo.

«Più che complessa, “I Lombardi” è un'opera insidiosa - riflette Pizzi - A torto è considerata un'opera in qualche modo di “disimpegno” per Verdi che veniva dal grande successo di Nabucco. Tutt'altro: è un'opera sperimentale, da scoprire».

In particolare, lei quali temi ha colto?

«Mi ha colpito molto il fatto che Verdi scopra una particolare attenzione per gli strumenti a cui affida degli “assolo”; non è la norma avere un assolo di violino così ispirato, importante senza una vera ragione drammaturgica. Lo stesso vale per l'arpa e altri strumenti con un ruolo particolare, il clarinetto e il flauto...».

Lei su questi elementi ci “gioca”.

«Ne ho fatto dei momenti particolari e questo ha in qualche modo suggerito un certo impianto. Tutti questi episodi vengono raccontati uno dopo l'altro cercando di ricreare un nesso anche laddove non ci sarebbe, con l'aiuto della tecnologia».

L'uso della tecnologia è la caratteristica di questa regia.

«Uso delle immagini che che aiutano il pubblico a orientarsi, capire dove l'episodio si sta svolgendo, creare una continuità di racconto e la possibilità di passare da un luogo all'altro rapidamente senza quei cambi di scena che, una volta, obbligavano a continue attese. Ho compiuto il grande sforzo di organizzare tutta questa materia narrativa, cercando di dare anche delle motivazioni a certi personaggi che paiono avere una funzione importante e poi spariscono».

Lei è architetto per formazione. Ancora una volta, si nota.

«È la mia formazione, quindi mi ritrovo ogni volta a fare i conti con questo bisogno di costruire su basi solide, sempre più lavorando per sottrazione, togliendo di mezzo tutto quello che può essere superfluo ornamentale, senza una vera ragione».

Questa ricerca «per sottrazione» è la sua cifra.

«Con la regia devo far passare un'idea, ma voglio farla passare nel modo più chiaro, più semplice possibile. Credo che la semplicità sia un traguardo difficilissimo da raggiungere... ma, insomma, io ho avuto più di 70 anni per esercitarmi (ride, ndr)...».

A noi arriva poco il senso risorgimentale dell'opera. La nostra sensibilità, di uomini e donne di questo millennio, coglie invece il senso dell'assurdità della guerra nelle parole di Giselda: «No! Giusta causa non è d'Iddio la terra spargere di sangue umano... No, Dio nol vuole».

«Oggi il patriottismo non ha più nessun significato in una società che è completamente priva di ideali. Invece è la pace quello a cui dobbiamo mirare, superando guerre inutili e stragi perpetrate con un'indifferenza che ci lascia sgomenti ogni volta».

Mara Pedrabissi

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