FESTIVAL VERDI
La musica è protagonista, con «I Lombardi alla prima crociata», opera di apertura del Festival Verdi 2023 che ha avuto il suo battesimo ieri sera, accolta da caldi e convinti applausi a scena aperta e al termine della serata, tributati a tutti gli aspetti dello spettacolo.
Clima disteso, quindi, molto diverso da quello che apriva il Festival nel 2022 tra contestazioni a causa dell’esclusione dal titolo inaugurale del Coro del Teatro Regio di Parma, che quest’anno è invece tornato a fare gli onori di casa (ricevendo ovazioni).
La musica è protagonista, si diceva, letteralmente, perché la regia di Pier Luigi Pizzi porta sul palcoscenico il primo violino, il clarinetto e il flauto, un’arpa e il maestro del coro, a evidenziare il dialogo fondamentale tra strumenti e voci, estraendo da golfo mistico e quinte quanto di solito rimane nascosto, quasi a svelare qualche meccanismo del teatro musicale. Pizzi (che firma regia, scene, costumi e video, e si avvale delle luci di Massimo Gasparon e delle coreografie di Marco Berriel), coniuga dimensione estetica ed essenzialità, miscelando tradizione e innovazione, e traducendo in immagini la drammaturgia musicale di un’opera che pare soffermarsi, più che sulla psicologia del singolo personaggio, sul contrapporsi di masse corali e sulla denuncia dell’insensatezza della guerra.
In questo meccanismo, Giselda diventa personaggio chiave: è lei ad aprire uno squarcio nero sul fondale bianco (citazione dei tagli di Fontana) a inizio spettacolo, come è lei, vestita di bianco, a denunciare una guerra che usa la religione come paravento («No, Dio no ‘l vuole»), facendo da chiave di volta tra i cristiani, che indossano costumi in varie gradazioni di nero e grigio, e i musulmani, vestiti dei colori più sgargianti.
Il contrasto tra tenebre e luce solare abbagliante disegna i paesaggi che emergono dalle videoproiezioni, materializzando davanti agli occhi degli spettatori ambienti claustrali (la Basilica di Sant’Ambrogio a Milano), il monte degli Ulivi, il fiume Giordano, Gerusalemme.
Applausi a scena aperta per il cast: Lidia Fridman, una ieratica Giselda, dalla indubbia solidità tecnica e piglio battagliero, guadagna gli applausi più caldi per «O madre, dal cielo soccorri», mentre Michele Pertusi conquista il pubblico incarnando le due facce di Pagano (e una voce gli tributa un «bravo Michele!» nel silenzio).
Tanti applausi anche per Antonio Poli (Oronte), Antonio Corianò (Arvino), Giulia Mazzola (Viclinda), Luca Dall’Amico (Pirro), e con loro William Corrò (Acciano), Zizhao Chen (Un Priore) e Galina Ovchinnikova (Sofia).
Protagonista indiscusso il Coro del Teatro Regio di Parma preparato dal suo maestro Martino Faggiani che, come un corpo unico, si cala nelle diverse sfumature timbriche di lombardi, vergini, sgherri, musulmani, pellegrini…
Un’ovazione particolare anche per il violino solista Mihaela Costea che, per una volta, è salita alla ribalta del Festival Verdi, e applausi che erano anche un abbraccio per il maestro Francesco Lanzillotta che ha diretto la Filarmonica Arturo Toscanini su sedia a rotelle per i postumi di un incidente. Completava l’organico l’Orchestra Giovanile della Via Emilia che ha eseguito le parti in scena.
Lucia Brighenti
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Sedendosi in teatro ieri sera, un inevitabile pensiero andava al grande soprano Renata Scotto recentemente scomparsa che, esattamente cinquant’anni fa, vestiva i panni di Giselda al fianco di Carreras, edizione quella del 1973 che riportava «I Lombardi» di Verdi al Regio dopo un secolo, segnando uno dei momenti più alti della storia musicale del nostro teatro.
Nella prima di ieri, come allora, si è respirata aria di autentica festa grazie ad un mix di ingredienti di prima qualità, in primis il lavoro tra tecnologia e artigianalità di quel grande uomo di teatro che è Pier Luigi Pizzi che firmava regia, scene e costumi, che hanno soddisfatto in pieno le attese del pubblico.
«Incantevole spettacolo- commenta Lia Tosi - certo è “alla Pizzi” ma questo è un pregevole marchio di fabbrica. E’ un esteta con idee nuove e limpide ancora alla sua bella età. La scena del primo atto con le canne d’organo stilizzate e il coro donne che canta era poesia pura».
Il basso parmigiano Pertusi, assente l’anno scorso per la Medea al Metropolitan, si è ripreso la scena del Festival e ha giganteggiato lungo tutto lo sviluppo dell’opera. «Pertusi è un Pagano immenso, riempie la scena anche quando è solo e scolpisce ogni parola» racconta il giovane Federico Aimi.
In platea anche il grande soprano Fiorenza Cedolins, in diverse occasioni applaudita al Regio: «E’ un’opera che amo, la seconda che ho cantato di Verdi, molto impegnativa per tutti ma soprattutto per la regia. Pizzi ha collegato tutto molto bene e già con la prima immagine ha fornito la chiave di lettura dell’opera. Il riferimento è alla pittura di Fontana dove lo spazio bianco, che pretende di avere la ragione assoluta, viene squarciato da un taglio nero che inesorabilmente rompe all’opposto. Ecco il forte contrasto delle due religioni, un tema molto forte e attuale. Tutto il cast è molto preparato e c’è armonia tra palco e buca. L’opera è difficile perché Peppino pretendeva l’impossibile! E’ una scrittura che ti mette alle corde, mai facile da cantare perché sei sempre al limite. Ho apprezzato il lavoro del maestro Lanzillotta che non tradisce la schiettezza del primo Verdi ma non è mai troppo spigoloso». Molto apprezzato tutto il cast, successo personale per Lidia Fridman, con i due tenori lungamente applauditi. «Finalmente Corianò al Regio-esulta Elio Michelotti- lo trovo perfetto per questo Verdi. Anche Antonio Poli ha un timbro bellissimo e ha ben eseguito l’aria “La mia letizia infondere”, sempre molto attesa. La Fridman, ha un bellissimo colore ed è una Giselda con acuti fulgidi ma capace di morbidezze».
In foyer era esposto lo spartito de «I lombardi» per canto e pianoforte edito da Ricordi, appena restaurato grazie al sostegno del Club dei 27 e che sarà esposto al Museo Glauco Lombardi. Contiene una dedica da parte del Maestro alla duchessa Maria Luigia. «Siamo felici di aver migliorato le condizioni della carta e della rilegatura di questo prezioso cimelio che ora, stabilizzato e nella sua teca, potrò essere esposto al Museo-spiega il presidente Enzo Petrolini - Quanto allo spettacolo il successo si basa su tre pilastri: Pizzi, Pertusi e il Coro del Regio ineguagliabile». «I Lombardi-spiega Vittorio Gallese, che rappresenta l’opera nel Club dei 27- ha segnato il mio ‘battesimo’ nel Club nel 1996. E’ segnata, come Nabucco, dal periodo risorgimentale e dalla capacità del Maestro di interpretare le volontà di riscatto e indipendenza degli italiani. Il celeberrimo coro “O Signore dal tetto natio”, come scrive il poeta Giusti “tanti petti ha scossi e inebriati”. Già dal primo concertato del primo atto si sente l’inconfondibile impronta del Maestro e il finale, particolarmente in questo eccellente allestimento, ci commuove ancora oggi».
Ilaria Notari
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