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L'intervista

Cesare Prandelli «spinge» i crociati: «Talento e gioventù, questo Parma ricorda il mio»

Cesare Prandelli «spinge» i crociati: «Talento e gioventù, questo Parma ricorda il mio»

01 Febbraio 2024, 03:01

Vittorio Rotolo

Due stagioni sulla panchina gialloblù, entrambe coronate dalla qualificazione in Europa pur navigando in un mare in tempesta, tra crac Parmalat e cessioni eccellenti (in quel momento indispensabili per ridare ossigeno alle asfittiche casse del club). Ma prima di arrivare a Parma, Cesare Prandelli un'altra impresa l'aveva realizzata in laguna riportando il Venezia del vulcanico patron Zamparini in serie A. Lo «scontro titanico» che sabato al Tardini metterà di fronte la prima e la seconda della classe, è senza dubbio la «partita» del tecnico di Orzinuovi.

Mister Prandelli, cosa dobbiamo aspettarci?

«Dal punto di vista tecnico Parma e Venezia potranno dar vita ad un confronto ricco di spunti interessanti. Sono due squadre organizzate, che dispongono di ottime individualità in tutti i ruoli e stanno esprimendo un buon calcio. È una partita aperta».

Nel caso del Parma, la sconfitta di Modena può aver lasciato qualche scoria pericolosa?

«La serie B è un campionato lungo, estremamente complesso, che comporta un notevole dispendio di energie: incappare in una battuta d'arresto è anche fisiologico. I giocatori non hanno tempo per pensare a ciò che è stato, non credo che il 3-0 di Modena avrà ripercussioni».

Quale potrà essere il fattore chiave sabato?

«Saranno importanti i primi quindici minuti, l'approccio al match: se assumi il comando delle operazioni, ritrovi più facilmente certezze nelle giocate».

Pecchia le piace?

«Sì, perché non è un allenatore rigido per quanto concerne il sistema di gioco. Io tendo a guardare molto i concetti: di Pecchia apprezzo in particolare la sua capacità di mettere i giocatori nei ruoli giusti. E quando è in emergenza, adatta il gioco alle caratteristiche di quelli che ha a disposizione».

Sulla panchina del Venezia c'è un altro grande ex del Parma, Paolo Vanoli.

«Anche lui è un allenatore dotato di grande personalità: ha idee chiare e le sa trasmettere. Mi è capitato di vedere il Venezia un paio di volte in questa stagione, ricavandone sempre ottime impressioni: quando ripartono, davanti sono molto pericolosi».

Per il Parma, può essere l'anno buono?

«Le ambizioni del club e della piazza sono legittimate da una squadra che sta dimostrando tutte le sue qualità. Ma proprio in ragione dell'imprevedibilità che caratterizza il torneo cadetto, bisogna restare cauti, essere pragmatici: il Parma, adesso, deve pensare solo al Venezia e ad interpretare al meglio questa partita».

Mister, fatte le debite proporzioni e con tutte le differenze del caso: questo Parma di oggi, propositivo nel suo calcio e con tanti giovani di talento, può ricordare il suo?

«Per certi versi, direi di sì. E i risultati sono frutto anche della serenità dell'ambiente. A Parma ci sono le premesse giuste: la gente ha capito che esiste una progettualità che va oltre il campionato in corso. Vede, bisogna sempre avere il coraggio di dare fiducia ai giovani. Perché portano entusiasmo, danno sempre il massimo, vogliono continuamente alzare l'asticella. È una politica che quando allenavo io il Parma ha dato i suoi frutti: con i giovani, siamo arrivati due volte in Europa».

Sfiorando addirittura la Champions, a voler essere precisi...

«Se non avessimo ceduto Adriano all'Inter, con ogni probabilità ci saremmo andati noi. Ricordo perfettamente quando Bondi mi comunicò che non c'erano più soldi per andare avanti. Arrivò l'offerta di 25 milioni dai nerazzurri per il brasiliano e riuscimmo a concludere il campionato».

Vent'anni dopo, «rileggendo» quel capitolo, cosa le viene in mente?

«Nonostante la situazione, ci sentivamo protetti. Dalla società e dai nostri tifosi, che avevano capito la situazione. Le polemiche e tutti gli altri discorsi li lasciavamo fuori dallo spogliatoio e dal campo: il nostro unico obiettivo era salvare il Parma. In quei mesi abbiamo dato prova di straordinaria compattezza, responsabilizzando i giovani: chi ha chiesto di andar via è stato accontentato e chi è rimasto lo ha fatto nella convinzione assoluta di poter disputare un bel girone di ritorno».

Ad inizio campionato, tra l'altro, avevate perso Mutu.

«Al suo posto era stato preso Benny Carbone, che arrivò con grandissime motivazioni: diede un eccellente contributo anche in termini di leadership. Il resto della squadra era contagiato dal suo entusiasmo, palpabile già in allenamento».

A Venezia, invece, come andò?

«Fu una scelta di pancia. A Verona avevo avuto qualche divergenza con Pastorello. E così accettai la proposta di Zamparini. Inizialmente lui rimase piuttosto defilato e la squadra centrò la promozione. Poi, l'estate dopo, il presidente decise di stravolgere tutto. Noi allenatori, si sa, veniamo giudicati in base ai risultati. E se questi non arrivano, come accadde al Venezia quell'anno in A, siamo i primi a pagare. Però anche lì sono stato bene: vivevo a Mestre, la gente è sempre stata molto cordiale».

Parma, però, è stata ben altra cosa, nella sua vita.

«L'esperienza più intensa e importante a livello professionale. Ho vissuto in piena sintonia con la città. Avevo anche coinvolto i miei calciatori in progetti e iniziative di cittadinanza attiva: volevo avessero la giusta percezione del contesto nel quale vivevano e delle aspettative della gente. Parma è una città che guarda, che osserva: noi non l'abbiamo delusa».

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