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L'intervista

Alessandro Lucarelli: «Chi sceglie con il cuore non sbaglia mai»

Alessandro Lucarelli: «Chi sceglie con il cuore non sbaglia mai»

26 Maggio 2024, 03:01

Alessandro Lucarelli è stato uno dei molti protagonisti di «100 anni di stadio Tardini»: il capitano crociato ha ricordato così, attraversando l’impianto di viale Partigiani d’Italia, i suoi momenti più importanti in maglia crociata, quelli belli e quelli brutti, dalla conquista sul campo della qualificazione all’Europa League per arrivare al fallimento del club, alla sua rinascita e al ritorno in serie A. E a quella sera drammaticamente magica in cui annunciò il suo addio al calcio. Nella trasmissione di 12TvParma inevitabilmente è stato fatto qualche taglio, per cui abbiamo pensato di riproporvi l’intervista integrale, qui sulle pagine della Gazzetta di Parma.

Sei stato tesserato con il Parma nel 2008 ma la tua prima volta al Tardini è datata 1993, vero?

«Sì, era proprio nel settore ospiti del Tardini. Per vedere un Parma-Torino dove Asprilla fece tre gol (di testa, di destro e di sinistro ndr). Una partita incredibile. E io ero là perché un mio compagno di squadra delle giovanili del Piacenza era tifosissimo del Torino, così venimmo a vedere quella partita. Lo stadio era pienissimo, Asprilla fece cose da campione e io ero lì nel settore ospiti».

Da calciatore invece ufficialmente al Parma nel 2008. Subito una promozione, primo atto di una lunga storia in maglia crociata.

«Dieci anni lunghissimi di bellissime soddisfazioni. Con un periodo buio, molto buio. Dopo il primo anno, quando conquistammo la serie A, con Guidolin facemmo poi un bellissimo campionato da neopromossa in A. E poi altri tre o quattro anni sempre con una buona classifica, a salvezze tranquille. Sino poi ad arrivare alla bellissima stagione che sul campo ci portò in Europa League. Avevamo una squadra fortissima, nell’ultima giornata contro il Livorno conquistammo l’Europa vincendo 2-0. Dall’altra parte c’era Fiorentina-Torino, con il famoso rigore sbagliato al minuto 90 da Cerci. E venne giù il Tardini. Poi sappiamo tutti come è andata a finire. Quell’Europa League non la giocammo e ci siamo ritrovati ad Arzignano».

Eravate in mezzo al campo ad aspettare notizie da Firenze...

«Ero squalificato e vidi la partita dalle tribune del Tardini. Ricordo che si passava dal delirio alla disperazione per quell’altalena di risultati sino ad arrivare a quel rigore. La nostra partita finì ed eravamo tutti in campo ad aspettare che finisse anche a Firenze. E quando arrivò, col pareggio di Viola e Toro, qui al Tardini iniziarono i festeggiamenti. E a ripensarci viene un po’ di tristezza perché fu una gioia che durò pochi giorni. Perché arrivarono quasi subito le notizie di alcuni ritardi nei pagamenti e quell’Europa League non la potevamo giocare. Da lì è crollato tutto».

E dall’Europa League sei passato a giocare in serie D, ad Arzignano. Quando hai detto “sì, resto comunque vada”. Lo ricordi?

«L’ho detto a marzo, aprile. Era un momento di gran confusione, ci stava sfuggendo tutto di mano. E mi venne chiesto “se dovesse andar male che farai?”. E io di getto dissi che sarei rimasto, anche in D. E quella parola non me la sono rimangiata. Perché comunque la mia carriera l’avevo fatta, non avevo bisogno di raccattare qualche contratto in giro per l’Italia, sentivo mia questa squadra, il rapporto con la gente si era consolidato nel periodo di sofferenza e quindi pensai fosse giusto ripartire con loro. Non potevo lasciare tutto così. Volevo dare perlomeno l’input della ripartenza. Riportare il Parma tra i professionisti, questo era il mio obbiettivo quando decisi di rimanere».

Tutti ricordiamo quell’intervista fuori dal tribunale, eravate tu e Daniele Galloppa, con quella frase secca “è finita”. Il Parma era fallito.

«Un giorno duro. Finché c’è speranza, combatti sperando di riuscire a fare qualcosa. Quel timbro del tribunale era il segnale definitivo che la partita era stata persa. Posso confessare tranquillamente che nel tornare a casa mi misi a piangere. Ci fu un crollo emotivo perché quei mesi di lotta non erano serviti a nulla. Avevamo provato in tutti i modi a salvare il Parma ma non riuscimmo a scamparla. A maggior ragione, dopo una delusione del genere, avevo bisogno di rinascere insieme alla mia squadra. E così fu».

E i primi d’agosto eri lì, a Collecchio, davanti a un manipolo di giovani di belle speranze a iniziare la preparazione per la serie D...

«Nella stessa struttura dove mi allenavo con giocatori fortissimi. Ero con 6-7 ragazzi. Come impatto non fu dei migliori. Vidi quella che era la realtà e un po’ tutto questo mi spaventò. Persi le mie certezze. Mi chiedevo se sarei stato in grado di raggiungere quegli obbiettivi. Uno stato d’animo che fortunatamente durò solo un paio di giorni, il tempo di iniziare a prendere confidenza con i ragazzi e ripartire per questa splendida avventura. Il mio obbiettivo era quello di riportare il Parma nei professionisti».

E alla prima in casa, in D, 12-13 mila tifosi per assistere a Parma-Villafranca...

«Per i nostri avversari era un evento. Entrare in questo stadio, perché questo stadio è storia. Abbiamo dato la possibilità a queste squadre di paese, senza nessuna offesa, di potere giocare in questo campo. Che non è da tutti. Facemmo il corteo con i tifosi dall’hotel al Tardini e da lì partì la nostra cavalcata».

Un’avventura che ti ha visto far gol con la maglia del Parma in D, in C, in B e in A avevi già segnato...

«Un record di cui vado orgoglioso. Non è facile segnare in tutte le categorie e io ho avuto la fortuna di farlo con il Parma. E al Tardini ho giocato in tutte le categorie. Ho visto tante dinamiche diverse. un legame comune che era quello della nostra curva, sempre pronta a sostenerci in ogni categoria».

Purtroppo quegli obbiettivi che ti eri prefissato li abbiamo vissuti lontano dal Tardini. A Firenze conquistammo la serie B e a La Spezia ci fu la promozione in A...

«Le soddisfazioni più belle, è vero, ce le siamo prese in trasferta. A Firenze e a La Spezia. Però il Tardini lo portammo in trasferta. Con l’Alessandria a Firenze c’erano 6-7 mila parmigiani, tutta una curva. E a La Spezia il settore ospiti era tutto pieno. Diciamo che giocavamo fuori solo di facciata. L’importante comunque era tornare a casa con l’obbiettivo raggiunto».

Al Tardini c’è stata un’altra serata da emozioni forti. Dal Tardini hai detto basta...

«E non è stato facile. Quella serata è il ricordo più bello che ho. Il degno finale di una bellissima storia. Non potevo non concluderla al centro del campo del Tardini, con davanti tutti i nostri tifosi. Quella serata, oltre a festeggiare la promozione in A, era un po’ il mio saluto finale. Non dissi prima le mie intenzioni, però se le immaginavano tutti. Quando scrissi quella lettera poi non fu facile rileggerla tutta. L’emozione mi bloccava. Avevo la voce rotta in gola. Ma credo che sia stata la cosa giusta, al momento giusto. Quel giro di campo, quel finale in piedi davanti alla curva Nord era da parte mia il saluto a tutta la gente di Parma lasciando loro la serie A come regalo finale. Quello era il mio obbiettivo, che sono riuscito a raggiungere in maniera incredibile. Però alla fine ce l’abbiamo fatta».

In quella serata magica c’erano ad affiancarti, a sostenerti anche molti dei tuoi compagni di viaggio, dalla D alla A...

«Riunirono i tre anni di quel percorso bellissimo, dove tutti erano protagonisti. Io rappresentavo la continuità di quel percorso e giustamente venne reso onore a tutti. A quel centinaio di giocatori che hanno contribuito a riportare il Parma in serie A con una cavalcata bellissima».

E alla curva cosa dicesti, la in piedi sopra la balaustra?

«Lì ringraziai dicendo loro che in quel percorso avevamo seminato qualcosa di importante, che andava tenuto con cura per il futuro. I tifosi erano parte integrante di tutto quel percorso».

E adesso, ripensando a quella rinascita di cui sei stato protagonista, come ti poni nei confronti della squadra e dei tifosi?

«Spero di aver dato un esempio di quello che i tifosi vogliono da parte di una squadra. Quel legame, quel senso di appartenenza che ho lasciato in eredità, con quello che ho fatto. E l’ho fatto non tanto con le capacità calcistiche, ma soprattutto con le qualità morali, con il cuore, con la voglia di non fermarsi davanti a nessun ostacolo. Perché di ostacoli, in quei tre anni ce ne sono stati. Ci sono stati molti momenti difficili. Però sono sempre stato dritto per arrivare all’obbiettivo. E quello che mi viene riconosciuto è proprio questo: aver sposato una causa e aver dato tutto per raggiungere l’obbiettivo. E la cosa più bella è che possano dire “Ale Lucarelli uno di noi”, che è quello che sono sempre stato».

Tre foto da mettere sul comodino degli anni 2008-2018?

“I tre momenti clou sono la sera di Parma-Livorno con il raggiungimento dell’Europa League, cosa che non capitava al Parma da qualche anno. Eravamo una squadra forte e fu il coronamento di un percorso sportivo. Poi la promozione in C, contro il Delta Rovigo: c’era uno stadio splendido. E la terza il mio saluto, l’addio al calcio, fu fantastico. Ma solo tre? Ci sarebbe il derby di Reggio Emilia, un’altra serata da cuori forti. Ci sentimmo tutti orgogliosi di rappresentare il Parma. Fu goduria pura”.

Una frase per i tifosi?

«“Chi sceglie con il cuore non sbaglia mai”, come feci io all’epoca. Fa la differenza e ti viene riconosciuto».

Sandro Piovani

© Riproduzione riservata

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