PATTEGGIAMENTO
Due ragazzini cresciuti in fretta. Ancora minorenni quando avevano incrociato i primi sguardi e diventati genitori poco dopo. Tanto che quando era nata la figlia, erano rimasti a vivere nella casa dei genitori. Un amore acerbo, eppure pieno di passione e dolcezza. Ma l'entusiasmo (di lui) si è spento in fretta, evaporato poco dopo la nascita della bambina. Livia (la chiameremo così) non era più la ragazzina dal sorriso meraviglioso, era diventata un peso. «Cogliona, zitta che non capisci niente», aveva cominciato a urlarle a poco più di un mese dal parto. E nei due anni successivi, alle umiliazioni si erano aggiunte le botte, spesso davanti alla figlia. Calci e pugni, fino a spaccarle un labbro. Accusato di maltrattamenti aggravati, perché commessi alla presenza della bambina minorenne, ieri il ragazzo - oggi 22enne - ha patteggiato 1 anno, 5 mesi e 10 giorni. Il giudice Gabriella Orsi gli ha concesso la sospensione della pena, purché partecipi a un corso di recupero in un centro specialistico per almeno due volte alla settimana.
Dalla primavera del 2020, quando era nata la bambina, fino al 2022 era diventato sempre più violento, come se fosse esplosa un'aggressività tenuta a bada per troppo tempo. Ogni pretesto poteva innescare una discussione, quando lui andava a casa di Livia per vedere la figlia. E le prime botte, a metà maggio del 2020, l'avevano raggelata. Ancora oggi ricorda più lo sgomento e la paura che il dolore. Eppure, le aveva piazzato alcuni pugni sul viso e sulla testa, oltre ai calci.
Non aveva detto una parola ai genitori, Livia. Da quel giorno aveva imparato a nascondere i segni sul corpo e a mentire. Prima di tutto a se stessa, ma a 18 anni pensava anche che quello potesse essere un periodo di profondo stress per il compagno, dovuto anche all'emergenza Covid.
Poi le aggressioni si erano ripetute: tutti i giorni in cui lui metteva piede in casa, Livia doveva cercare di difendersi da pugni e calci. In quell'estate del 2020 non c'era stata nemmeno una tregua quando, insieme ai genitori di Livia, erano partiti per trascorrere un periodo di vacanza in Campania, a casa della nonna. Mentre i familiari erano al piano terra, dopo una discussione in camera, lui aveva cominciato a prenderla a calci e pugni tirandole anche i capelli. E anche quella volta Livia non aveva detto nulla ai genitori: si era confidata solo con la sorella di 15 anni.
Tra le quattro mura di casa. Lontano da ogni sguardo. Ma l'estate successiva, mentre Livia era in compagnia di alcuni amici in uno dei loro soliti punti di ritrovo, lui si era avvicinato infastidito: l'aveva insultata e poi schiaffeggiata davanti a tutti. E Livia aveva deciso di chiamare la madre.
La barriera cominciava a sgretolarsi. Ma passeranno ancora mesi prima della denuncia. Mesi di minacce di morte urlate davanti a casa e un labbro spaccato. Finché Livia ha smesso di vivere nella paura.
Georgia Azzali
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