Direttore d'orchestra
Si apre questa sera, nel Festival Verdi, «Ramificazioni», la rassegna che vuole ampliare il discorso musicale rispetto carattere monografico che solitamente è attribuito ad un Festival.
Alle 20,30 all'Auditorium Paganini saranno presentati «A survivor from Warsaw» di Arnold Schönberg, «Il canto sospeso» di Luigi Nono e «Stabat Mater» e «Te Deum» di Giuseppe Verdi. La serata sarà impreziosita dalle video installazioni di un'artista poliedrica come la iraniana Shirin Neshat.
Il Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani, si esibirà insieme alla Filarmonica Arturo Toscanini: sul suo podio salirà Maxime Pascal. Lo abbiamo intervistato.
Cosa lega i brani del concerto?
«Senza dubbio è la spiritualità. Nel brano di Schönberg il narratore si ricorda del ghetto di Varsavia con gli altri e andando verso la morte intonano un canto religioso. È una memoria storica, politica e di persecuzione, ma la cosa più importante è proprio il canto religioso. Il brano di Nono è stato scritto appena dopo la Seconda Guerra Mondiale basandosi sul libro italiano “Lettere di condannati a morte della resistenza europea”. Sono lettere di prigionieri politici e la cosa che emerge è la loro spiritualità di fronte alla morte. Sono molto giovani e hanno dai sedici anni fino ai venticinque. Verdi, invece, prima di morire ha scritto questi Quattro Pezzi Sacri prendendo testi religiosi come “Te Deum” e “Stabat Mater”. Proprio quest'ultimo è molto intenso incentrandosi sulla Vergine mentre suo figlio è crocifisso».
Il trait d'union, quindi, può considerarsi il senso di spiritualità vicino alla morte?
«Esatto: c'è una dimensione politica importante, legata alla storia, ma la spiritualità con cui si reagisce guardando in faccia la morte è ancora più rilevante».
Dal punto di vista musicale, qual è la difficoltà di affiancare compositori così diversi?
«Schönberg e Nono possono essere inquadrati nella Dodecafonia. Nel primo ci sono molti eventi minimalisti che si susseguono molto velocemente in orchestra: il brano è abbastanza breve, ma estremamente denso. La scrittura di Nono è molto più spirituale e ognuno dei cantanti e degli strumenti ha una singola nota da suonare: la melodia, così, si crea passando da voce a voce. È come se tutti insieme formassero un unico strumento enorme, una specie di organo. La difficoltà è quella di far prendere coscienza a ognuno del proprio ruolo nell'insieme, contribuendo a creare questa grande melodia. In Verdi, invece, la complessità sta nel fatto che usa un linguaggio molto diverso da quello delle opere precedenti. È molto influenzato da Palestriana e dalla musica sacra del Rinascimento italiano. Aveva settantacinque anni, all'epoca dei Quattro Pezzi Sacri, ed è ripartito da zero».
Tanti direttori dicono che il compositore che stanno dirigendo in quel momento è quello a cui si sentono più vicini: è così anche nel suo caso?
«Una delle mie particolarità è che faccio molte cose diverse e amo dirigere cose che non ho mai affrontato prima, studiando sempre per scoprire qualcosa di nuovo. Devo dire, quindi, che il compositore che mi piace di più, probabilmente, è quello che devo ancora conoscere, che non ho ancora ascoltato».
Com'è il suo rapporto con Parma?
È la seconda volta che vengo in questa città: avevo già fatto un concerto all'Auditorium Paganini con la Toscanini nel 2018 o 2019. Devo dire che è una grande gioia essere a Parma: l'orchestra è molto precisa e la sala prove è perfetta per lavorare bene. Anche il coro è una meraviglia e qui mi sento molto ispirato artisticamente e musicalmente».
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