MALTRATTAMENTI E VIOLENZA SESSUALE
Poco più che una ragazzina, Leila (la chiameremo così), quando era diventata madre per la prima volta. A 18 anni si era affidata a quell'uomo che dal Marocco le aveva fatto sognare la terra promessa in Italia. L'aveva sposato e si era trasferita a Parma immaginando una vita semplice ma serena: figli e tranquillità. E le bambine erano arrivate: la prima nel 2007, la seconda nel 2009 e la terza nel 2014. Ma tutto aveva cominciato a sgretolarsi quando la più grande aveva solo tre anni. Un'inutile presenza: così si era sentita a poco a poco Leila. Fino agli insulti quotidiani, alle botte, a quella pistola puntata alla testa. A quel rapporto sessuale strappato con la forza. Accusato di maltrattamenti, lesioni e violenza sessuale, il marito - 43enne marocchino - è stato condannato a 5 anni dal collegio presieduto da Paola Artusi.
Così giovane e impaurita da un futuro in solitudine con tre bambine da crescere, Leila aveva imparato a tenere a bada anche il dolore. Agli occhi delle figlie, prima di tutto, e degli altri. Dieci anni di inganni e di autoinganni cercando di placare la sua ira tutte le volte che rientrava ubriaco. Fino a una sera di agosto del 2020, quando le urla in casa avevano allarmato i vicini e fatto arrivare i carabinieri. Leila e il marito erano ancora nel pieno del litigio, quando erano entrati nell'appartamento. Un diluvio di insulti, mentre le tre figlie - di 17, 15 e 10 anni - si guardavano attorno smarrite. Accanto a loro, una vicina che aveva cercato di placare gli animi e chissà quante altre volte aveva sentito quelle grida. Anche quella sera il copione si era ripetuto: lui che era rientrato ubriaco, i toni che erano diventati sempre più aspri. Fino alle mani addosso. Agli schiaffi sul volto. «Non è la prima volta, ma non ho mai detto nulla per il quieto vivere», aveva sussurrato Leila ai carabinieri.
Ma quella sera il muro di paura era crollato. Perché nei giorni successivi si era presentata in caserma. E in fondo a quel lungo verbale di denuncia aveva avuto la forza di scrivere il suo nome. Un lungo racconto di sopraffazione e violenza. Insulti e perfino sputi addosso: così lui le mostrava il suo assoluto disprezzo.
Sempre più aggressivo. Come quel giorno in cui si era presentato con una pistola puntandogliela alla testa e minacciandola: «Uccido te e le bambine, poi mi sparo». E subito dopo aveva sibilato: «Ti sei spaventata, eh?». Un'altra volta aveva sfilato dai cassetti della cucina un coltellaccio urlando che l'avrebbe ammazzata. «Ti faccio finire in una bara e poi ti rispedisco in Marocco», si era poi sentita dire qualche tempo dopo.
Aveva distrutto quasi tutto in quella casa: piatti e oggetti lanciati contro di lei, oltre che sulle pareti. E poi aveva distrutto anche lei, quando si era preso quello che aveva voluto violentandola.
Padrone assoluto. Anche della vita di Leila. Che a lui doveva spesso anche chiedere il permesso per uscire di casa.
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