Intervista
Franco e senza peli sulla lingua, il giovanissimo Edoardo Prati calcherà il palco dell’Auditorium Paganini venerdì 22 novembre. In attesa di assistere a «Cantami d’Amore», lo abbiamo intervistato.
Presentati, Edoardo.
«Sono Edoardo Prati e verrei da Rimini, ma studio a Bologna, quindi ora vengo da Bologna. A Parma porto me stesso: credo basti e avanzi per oggi. Porto qualcosa che spero non sia mai banale: la letteratura. Non fine a se stessa, non l’informazione sulle lettere, ma il modo in cui grazie ad essa si riesca a leggere meglio il mondo. E magari dopo averlo letto bene pure a cambiarne le cose che non vanno».
Vedendo il tuo lavoro non ci si può non chiedere quale sia il segreto, la ricetta con cui sei riuscito ad attrarre i più giovani verso le lettere.
«Si parte da un presupposto sbagliato: la letteratura è vecchia e non va resa giovane. Non va attualizzata: Dante non è un nostro compagno con il telefono in mano! Semplicemente non mi sono fidato delle voci di corridoio che girano nelle nostre menti da anni. Ho scansato quell’idea pretenziosa che i giovani non possano capire niente di nulla. Invece la letteratura, così come l’arte e le infinite espressioni dell’umano, è a portata di tutti. Ovviamente ha risultati diversi in base all’individuo con cui si rapporta: coi giovani freschi e innovativi, mentre con chi più anziano consapevoli ed esperti. Non ho quindi giovanilizzato nulla, ma portato la letteratura in sé ed è questo che la gente non si aspetta».
Negli ultimi anni diversi autori del web hanno aperto canali tematici di approfondimento: come ti vedi rispetto a loro?
«Io non sono un divulgatore: guardando le cose che produco lo spettatore non ha imparato qualcosa in più. Il mio obiettivo è riuscire attraverso i testi nel far emergere qualcosa di reale: io parlo di umano non delle parole soltanto. Non mi interessa pensare alla data o al concetto, ma mi focalizzo sulle sensazioni del provare individuale. Per questo ho scelto umanista come titolo personale».
Potremmo dirti quindi un filosofo, un romantico come Hegel?
«Il filosofo si inserisce in una categoria per necessità ontologica. Io invece voglio, pretendo di non essere inserito in categoria alcuna. Non sono una cosa, né mai la sarò: rifuggo l’unità perché non mi rappresenta. Se mi definissi ci sarebbe almeno una parte di me che si arrabbierebbe terribilmente, perché prediligerne una metterebbe in ombra tutte le altre. Io sono un essere umano e in quanto tale sono complesso: se domani dovessi fare il panettiere non sarei meno Edoardo di oggi. La definizione ha l’insidia di far presumere un’essenza limitata: diffido da questo sospettare, prevedere il prossimo e le sue azioni. Non voglio essere prevedibile ma agire secondo coscienza».
Ci viene grande curiosità verso quello che porterai in scena: puoi farci uno spoiler?
«Vedrete un racconto personale in cui parlo con le parole dei poeti e degli autori che mi hanno più toccato. Ci saranno Dante, Cavalcanti, Petrarca, Boccaccio, Catullo, Frida Kahlo… Sarà un grande viaggio di scoperta per tentare di capire cosa sia questo amore che ci tormenta dalla mattina alla sera. Poi alla fine capiremo che forse soluzione non c’è».
Alessandro Frontoni
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata