CONCERTO
No, certe notti non si può restare soli, soprattutto se al Regio (tutto esaurito) arriva Luciano Ligabue.
Il concerto, parte integrante della rassegna «Tutti a teatro» organizzata da Arci e Caos Organizzazione Spettacoli, ha visto il Liga proporre al pubblico affiatatissimo una scaletta coinvolgente che ha coniugato, in versione acustica, i grandi classici agli ultimi successi.
«Non è la mia prima volta a Parma, ma è sempre un’emozione molto forte essere qui, per la lunga tradizione di questo teatro»: ha esordito il cantautore di Correggio. Innescata dagli arpeggi della bellissima «Leggero», si è così dipanata in un paio d’ore una storia musicale ed esistenziale che inizia a fine anni Ottanta quando, tra autogrill, sale giochi, «ragazzi in giro» e odore dei fossi (che «riconoscono in pochi»), prende forma in note e parole l’urgenza di dirsi di un timido rocker che adora Springsteen e vede nella pianura emiliana sprazzi di provincia americana.
Uno che si sente «fuori moda, fuori posto», ma appena si trova davanti un microfono è capace di trasformare quell’io in un noi generazionale (e «Dedicato a noi» è proprio il titolo dell’ultimo album, uscito lo scorso anno, che dà il nome al tour).
Sul tappeto di note ricamato dalle chitarre, ma anche dal suono robusto della batteria (suonata dal figlio Lenny), Ligabue ha dunque ricondiviso la sua poetica che corre, coerente, toccando tre grandi filoni.
Da un lato l’accettazione della propria, sempre imperfetta, identità; quella «di chi segna sempre poco», eppure rimane «lì nel mezzo» a giocare la partita del vivere; di chi non si prende mai troppo sul serio perché, si sa, «non bisogna badare al cantante»; quella di chi, nonostante le fatiche, continua a credere «che non sia tutto qui» e che, con tenacia, confida ancora che siano «i sogni a fare la realtà».
Dall’altro la critica alla società del capitale che esige sempre il massimo, offre e toglie a ritmi vertiginosi e misura il tempo in «Happy Hour», come se i minuti fossero una valuta («la vita che non spendi che interessi avrà?»).
Infine, per tutta la serata, si è presentato, carsico, il filo rosso della canzone d’amore che Ligabue è riuscito nel tempo ad riannodare in modi suggestivi: ecco allora la notevole «Quella che non sei», ritratto di una ragazza che soffre di anoressia e che, nascosta «dietro troppo Rimmel», deve imparare ad accettarsi, la preziosa ed ineffabile essenza femminile evocata dalla poetica «Piccola stella senza cielo» fino alla recente «La metà della mela» in cui una coppia ripensa con savio distacco agli alti e ai bassi, concludendo che «una splendida storia non finisce mai più».
Il Regio ha accompagnato con affetto e lunghi applausi questo itinerario sonoro fino al gran finale composto dall’intramontabile «Certe notti» (rimando ideale al grande concerto-raduno, il quinto, a Campovolo il 21 giugno 2025) e da «Urlando contro il cielo», l’equivalente in adrenalina di un giro in moto con il vento sulla faccia.
L’impressione, una volta terminata la corsa, è che Ligabue, convertito lo scalpo fluente da guerriero indiano nella chioma canuta da sakem, abbia davvero saputo distillare al ritmo del rock n’roll una saggezza quieta e benefica che ti fa sussurrare, rientrando con il sorriso nella vita quotidiana, «niente paura».
Filippo Marazzini
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