La prossima scadenza di Trump è politicamente molto vicina: soltanto tra 18 mesi, perché allora si terranno le elezioni di medio termine, che potrebbero ribaltare le maggioranze repubblicane al Congresso e al Senato. Nel qual caso, Trump diverrebbe «un’anatra zoppa», ovvero un presidente costretto a mediare con la maggioranza democratica tutti i suoi provvedimenti. La democrazia americana ha tanti difetti, ma ha un vantaggio peculiare: ogni 2 anni c’è una nuova tornata elettorale, equivalente ad una verifica sul lavoro fatto. Nel caso di bocciatura, il presidente in carica rimane, ma con poteri dimezzati.
Trump è ben consapevole che la sua presidenza si regge su una maggioranza minima, ben precisata dai numeri della sua elezione. Trump ha avuto (in proporzione al numero dei votanti) gli stessi voti del 2020; chi ha perso è stata Kamala Harris, alla quale sono mancati ben 18 milioni di voti del Biden del 2020. Sul totale dei voti, Trump ha avuto l’1,5 percento di voti in più rispetto ai democratici. La maggioranza popolare più striminzita della storia recente delle elezioni presidenziali. Di questa maggioranza sottile ci se ne sta accorgendo in questi giorni, con la ratifica da parte dei Senato dei «ministri» proposti da Trump: alcuni candidati sono stati ritirati, altri sono passati con maggioranze 51 a 49. Per questo, a parte le esibizioni muscolari di questi giorni (al limite del bullismo: si vedano le minacce nei confronti della Colombia e della Danimarca), Trump sta intensificando la sua battaglia contro l’ideologia woke, che ha fatto da tessuto connettivo per l’elettorato democratico. Woke è una visione di un mondo «politicamente corretto» espresso in modo estremizzato. Non soltanto la tutela dei diritti di tutti, indipendentemente da sesso, religione, razza… come prescrive la Costituzione, ma l’estensione ai nuovi diritti, come l’inclusione del movimento LGBT plus, e così via. Ad esempio, Cristoforo Colombo ha scoperto l’America? Gli immigrati europei hanno poi sterminato i Nativi (Indiani)? Orbene le statue di Cristoforo Colombo vanno abbattute. E così per tanti altri personaggi storici. Peraltro, così violando uno dei principi basilari dell’analisi storica, cioè che qualsiasi valutazione storica per avere una sua consistenza dev’essere «contestualizzata», altrimenti si emettono giudizi distorti. Oggi la guerra di Trump contro l’ideologia democratica woke è su tutti i fronti e molto incisiva (si veda al divieto dell’insegnamento gender nelle scuole, o la dismissione dei transgender nell’esercito). Ma è sul piano economico che Trump si gioca il tutto per tutto. (“It’s the economy, stupid!” Bush senior 1992). Trump ha fatto dell’introduzione di tariffe sulle importazioni di beni, con l’obiettivo di riequilibrare la bilancia commerciale Usa con l’estero - oggi in forte disavanzo (per quanto riguarda le merci, ma non i servizi) - l’asse portante del suo programma economico. L’obiettivo collaterale - con finalità elettorali di mantenere la maggioranza negli swing states - è anche quello di riportare negli Stati Uniti almeno una parte dell’attività manufatturiera americana oggi localizzata all’estero. (Un obiettivo parzialmente in contraddizione con l’idea di espellere gli immigrati illegali, che lavorano oggi nelle fabbriche americane). Ma l’obiettivo vero di Trump va ben oltre il riequilibrio della bilancia commerciale (che sarebbe automatico, visto che il dollaro è la valuta di pagamento delle importazioni americane). L’obiettivo di Trump è lo stesso - a suo tempo - del presidente Ronald Reagan degli anni ’80 (del secolo scorso), ovvero avviare un processo di drastica riduzione delle tasse, a conferma delle riduzioni già approvate nel 2017 (e che scadono l’anno prossimo), con l’aggiunta di nuove riduzioni. Ma come finanziare questa riduzione delle tasse? Ovvio… con gli introiti dei dazi sulle importazioni (4 trilioni l’anno). In sintesi: Trump sposa in pieno la supply side economics (il sistema economico imperniato sulle condizioni della produzione più una tassazione bassa), come modello dell’economia e motore della crescita, quindi generatore del benessere americano prossimo venturo. Che sia in grado di mantenere la rivale Cina ad una sana distanza. Un piano di sviluppo economico che fa leva sulle riduzioni fiscali (promuovendo gli animal spirits imprenditoriali), e accompagnato da una drastica riduzione delle complessità burocratiche e delle regolamentazioni interne (la missione assegnata ad Elon Musk), con finanziamenti finalizzati alla diffusione delle innovazioni tecnologiche. Ed una Federal Reserve compiacente che manterrà bassi tassi d’interesse. I conti (necessariamente molto grossolani!) sono: 400 miliardi d’incassi annui per le tariffe (10 percento delle importazioni), altrettanti 400 miliardi di riduzioni fiscali. Per 10 anni 4 trilioni (mila miliardi) di dollari, una cifra enorme. La crescita di almeno il 3 percento annuo e tassi d’interesse (al netto dell’inflazione) al 2 percento, ridurranno in proporzione automatica il debito pubblico. La flessibilità del sistema americano, soprattutto con riguardo al mercato del lavoro, garantiscono eventuali aggiustamenti della rotta lungo il percorso. Messo in questi termini, il piano sembra facile. In realtà, più che un piano sembra un «esperimento» di sviluppo, al limite della scommessa. Per fortuna che in America ogni 2 anni si vota, e se il piano non funziona, tutto può cambiare.