La storia
Prima di tutto ha voluto rintracciare i luoghi della «sua» Navetta: la cappella che aveva riaperto con i compagni quando ancora non c’era la parrocchia, il campetto da calcio ricavato ripulendo un immondezzaio, i condomini dove erano stati trasferiti i «capannoni». Tasselli di una delle vite che Giuseppe Morotti, originario della Bergamasca, ha raccontato durante un incontro all'Istituto Missioni Estere, a margine della presentazione del suo libro dal titolo provocatorio «Gesù non era uno scemo».
Missionario saveriano, Piccolo fratello di Charles De Foucauld, marito e padre: tante vite sempre alla luce di una sola stella. «Erano gli anni della contestazione, il ‘68. Partecipavamo alle lotte di fabbrica e ai cortei. Nell’istituto, con Marini, Corna, Framarin, Benzoni, Maioli avevo fatto “la comune”: uno stanzone con letti a castello per vivere più poveri. Spartivamo idee, preghiera e azioni. Padre Dagnino mi chiamava il comunista perché avevo preteso di lavorare come falegname quattro ore al giorno: volevo guadagnarmi gli studi come molti ragazzi».
Pedalavano da viale San Martino fino alla Navetta dove avevano creato un centro di aggregazione: catechesi, attività sociali, messe, olimpiadi, lenzuolate, calcio. «Nella squadra saveriana io ero stopper, Tobia portiere. Eravamo forti, il Parma a volte ci chiamava. Ricordo di aver giocato anche con Bruno Mora».
Nel 1974, a 25 anni, Morotti diventa prete con altri 14 giovani. Le «nidiate» erano così abbondanti che le ordinazioni si svolgevano al Palasport. «I Saveriani mi hanno dato tutto, non posso che esserne grato. Ma quando lessi “Gridare il Vangelo con la vita” di Charles De Foucauld mi dissi: “Questa è la mia camicia”».
Se la dovette conquistare con un pesante apprendistato: un anno come facchino, solo, a Milano. E dopo il noviziato in Spagna, nel 1978 l’Iran dell’ascesa di Khomeini e della guerra con l’Iraq. «Accompagnavo comunità cristiane caldee e lavoravo come muratore e imbianchino. Ho visto missili e bombe a grappolo di marca italiana distruggere interi quartieri e maciullare corpi. Mi sono salvato tante volte riparandomi sotto l’altare. Ero stato “adottato” da una coppia di anziani con i quali condividevo paure e speranze».
Nel 1988, in seguito a una spiata, dopo aver battezzato un giovane musulmano, viene espulso dal Paese. Ancora scosso, torna a Spello, nella fraternità aperta da Carlo Carretto. Accoglie gli ospiti, lavora con i contadini, partecipa alla Marcia dei 500 a Sarajevo. «La guerra non è un gioco. Alla tv, purtroppo, ci abituiamo a vederla. Ma quando la vivi non sei più quello di prima. In Iran, prima di partire, una donna mi disse: “Grida a tutti quello che hai visto”».
Le guerre tra Russia e Ucraina, Israele e Palestina hanno risvegliato ferite e hanno spinto Morotti a scrivere il libro che sta presentando in diverse città, sottotitolato «La nonviolenza, una scelta inderogabile». Presentandone i testimoni - Tolstoj, Thoreau, Gandhi, Capitini, don Milani, don Tonino Bello e altri - spiega che «la nonviolenza non è passiva, ma è creativa, lottatrice e richiede una profonda conversione fino a vedere nell’avversario un altro se stesso. È il cuore del Vangelo». E aggiunge che «una vera pace si ottiene non mirando alla vittoria sull’altro, ma con il compromesso, che è una promessa reciproca, preparata da un dialogo sostenuto da tutti».
L’attuale vita di Morotti, dopo essere stato priore dei Piccoli Fratelli del Vangelo, si snoda tra famiglia e chiesa. Da vent’anni vive in Alto Adige con la moglie Angela e i figli Mauro e Carlo. «A Bolzano ho trovato vescovi molto aperti. Siccome i preti sono pochi e anziani, mi hanno chiesto di preparare i catecumeni al battesimo, animare ritiri, presiedere funerali, occuparmi di spiritualità. Mi sento ancora più prete di prima, sposato. Chissà che non sia una pedina messa lì umilmente perché un giorno nella Chiesa si arrivi a un’apertura».
Il calcio, anche se non più giocato sui campi del mondo, è rimasto per lui un elemento imprescindibile, sempre come sfegatato tifoso dell’Atalanta.
Laura Caffagnini
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