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Gambe e fiato: quando le consegne avvenivano con i «furgoni a pedali»

Gambe e fiato: quando le consegne avvenivano con i «furgoni a pedali»

17 Marzo 2025, 03:01

Sono ritornati, però, in formato più ridotto e per funzioni un po' diverse da quelle che competeva loro negli anni del dopoguerra. I cari, vecchi furgoni a pedali insieme alle biciclettone con il portapacchi che segnarono l’era del trasporto urbano di merci di varia natura, tornati di moda, sono ora adibiti al trasporto di bambini e di cagnolini, fatta eccezione, per chi li usa per trasporto merci come, ad esempio, il velocissimo «Saetta» o il simpatico Gianni della macelleria equina «äd Bórogh dal Gèss» giornalmente a bordo della sua monumentale bici con apposito contenitore per «trasporto refrigerato» del «cavàl pìsst» da recapitare ai clienti.

Ma, tra gli anni Cinquanta e Settanta, chi utilizzava nella nostra città il furgone a pedali o le biciclettone con il portapacchi davanti e dietro? E, allora, abbandoniamoci ad un rilassante amarcord di quegli anni.

Quello che tutti i parmigiani avevano soprannominato «al Gorìlo», forse per le sue fattezze fisiche, girava con un triciclo carico «äd bùlla» (segatura) scortato dai fedelissimi cani neri, «Leon 1» e «Leon 2». Alla morte del secondo cane, lo fece impagliare per poi tenerlo sempre sul suo carretto. Cappello di lana in testa, maglione spesso di lanaccia ruvida abbottonato sul collo con una «gòccia pasànta» (una spilla da balia), artista di strada, era abilissimo nel fare rocambolesche capriole... con il sigaro in bocca. Un altro popolarissimo personaggio che utilizzò il furgone fu al «mat Sicuri». Di statura bassa, fisico asciutto e muscoloso, barba folta e nera da Sandokan padano, una tunica di lanaccia o di juta legata in vita con uno spago da pacchi, immancabile bustina fatta con sacchi di cemento calcata in testa, tutto il santo giorno andava avanti e indietro per i borghi di Parma trasportando carta o altro materiale che portava dove, molto probabilmente, sapeva solo lui. Non aveva casa. Il suo tetto era il cielo, o meglio i portici di strada Farini dove, ultimamente, trascorreva la notte rannicchiato su un cartone mentre, per coperta, utilizzava fogli di giornale. Lo conoscevano tutti, e con tutti (o quasi), scambiava la battuta sempre sarcastica, pungente, appropriata. Mai volgare. Poche volte lo si è visto sorridere. Non stese mai la mano per mendicare una lira in quanto la sua innata dignità glielo impediva e, quello sguardo penetrante e severo alla Bakunin con quella barba folta e incolta color carbone, diventava brillante quando intonava qualche aria d’opera. Neanche quando fu ricoverato in ospedale si arrese al pigiama ma preferì coprirsi con un lenzuolo a mo' di tunica come un senatore romano.

Una forza della natura il «Cóco Pagàn» il quale, a bordo del suo trabiccolo a pedali, scortato dall’inseparabile moglie Mafalda, trasportava le lapidi mortuarie in marmo da piazzale San Lorenzo (dove era ubicato il marmorino De Giuli) alla Villetta oltre effettuare traslochi, caricandosi sulle spalle pesanti armadi, tavoli ed altro. Era uso parcheggiare il suo trabiccolo sul marciapiede del palazzo ubicato sullo Stradone dinanzi al Petitot dove viveva in uno scantinato.

Dalmazio, l’ultimo strillone di Parma, usava la biciclettona con il portapacchi e, a bordo della sua «edicola a pedali», dava il cambio al collega Elico Barvitius il quale distribuiva la Gazzetta di Parma, ancora calda di tipografia, agli habitué delle notti parmigiane. Dalmazio Maestri, detto «Mazio», era figlio d’arte in quanto iniziò da bambino ad aiutare il padre Attila nella distribuzione dei giornali mentre la madre, Norma Pelizza, fu la titolare dell’edicola di via Saffi-angolo viale Mentana. Per molti anni aveva gestito, in società con alcuni strilloni, compreso il popolare Peo, un punto vendita fisso di giornali (un «tavlén») in piazza Garibaldi dinanzi alla pasticceria Bizzi.

Altri indimenticabili «piloti» di furgoni a pedali furono i Cero, venditori di gelati in estate e di ceci caldi in inverno. Tricicli, quelli dei Cero, che d’ogni tanto avevano bisogno delle cure dal leggendario meccanico di bici Celestino Soncini che teneva bottega in via Italo Pizzi. I fratelli Vincenzo e Guglielmo Cero segnarono un’epoca nella nostra città unitamente al cognato Giacomo Basso. Giunti a Parma dalle montagne venete durante la seconda guerra mondiale, si stabilirono in via XX Settembre. Il tempo di guardarsi attorno e, con quell’intraprendenza tipica della gente dei monti, iniziarono nella nostra città l’avventura dei gelati e dei ceci caldi. I Cero presero in affitto un locale in strada Nuova che adibirono a laboratorio ed a ricovero dei loro trabiccoli a pedali ed iniziarono a fare i gelati. I gusti? Pochi ma buoni: limone, torroncino, panna, cioccolata, fragola. Agli inizi di ottobre, con l’apertura delle scuole, terminava l’attività gelatiera ed iniziava quella legata alla vendita della pattona e dei ceci caldi. Infatti, Vincenzo, Guglielmo e Giacomo toglievano dai loro tricicli i contenitori freddi per inserire le teglie con la pattona ed i giganteschi pentoloni che custodivano gustosissimi ceci versati con un mestolo in una carta oleata a forma di imbuto con una spruzzata di sale per la gioia di grandi e piccoli.

Il furgone a pedale lo utilizzava anche un certo Caprara che trasportava il vino dal suo magazzino di borgo Regale alle varie osterie cittadine non mancando di bere un bicchiere in ogni osteria in cui entrava.

Anche il mitico «Fisción» utilizzava il furgone a pedali. «Zburläva cme un mull sui pedäl» ma, soprattutto, al posto del campanello per farsi strada, utilizzava il suo potentissimo fischio. «Sa gh'é 'l strasär, dònni» era il richiamo degli straccivendoli anche loro a bordo dell’immancabile furgone a pedali dove caricavano di tutto: sacchi, stracci, ferri vecchi, bottiglie, rottami, piatti rotti, «preti» da letto sgangherati, seggiole spagliate, coperte lacere. La roba raccolta veniva pesata con la «stadera» (bilancia) e caricata sul furgone per poche lire. Anche «il lavandäri» utilizzavano il furgone a pedali per recapitare al domicilio dei clienti i sacchi bianchi a righe azzurre con i panni lavati nei canali.

Prima dell’avvento dei motocarri Guzzi anche i «carbonén» salivano in sella al «furgón a pedäl» come il buon Magnani che teneva magazzino in vicolo San Cristoforo.

I lattai, ai quali spettava il compito di recapitare il latte a casa della gente, effettuavano il trasporto utilizzando un trabiccolo di legno, rigorosamente smaltato bianco, che poggiava su di un triciclo a pedali. Il carretto del lattaio, quando lo si apriva, emetteva un delicato profumo di latte dalle dolcissime reminiscenze di fiabe infantili.

Il «ciapacàn», a bordo del suo barroccio a tre ruote, giungeva silenziosamente e, adocchiato un cane senza padrone, lo caricava sul carretto ligneo ai cui lati erano state montate alcune piccole feritoie per dare aria all’angusta prigione. Il cane veniva poi portato nel canile di via Toscana in attesa che si facesse vivo il legittimo proprietario.

Anche la mitica Palmira, la «donna del ghiaccio», viaggiava con il suo furgone con il quale trasportava le colonne di ghiaccio che, avvolte in un telo di juta e caricatasi sulle spalle, recapitava a quelle famiglie che avevano la «giasära äd léggn». Infine, a bordo di una bicicletta «ruznìda cme un véc' cadnàs», l’indimenticato padre Silvestro Monterastelli, bandiera per tanti anni del convento di San Pietro D’Alcantara, caricava sul portapacchi della bici giornali e carta che vendeva per mantenere la piccola mensa per i poveri del convento di via Padre Onorio. Inoltre, sempre su quella bici, caricava un paio di cassette di verdure del suo orto che, alla mattina di buon’ora, percorrendo il viale pedonale «dal Stradón», portava alle suore della «Céza dal Bambén» di barriera Farini. Già, padre Silvestro, «metè frè sercón e metè Padre Lino».

Lorenzo Sartorio

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