IL CASO
L'indiscreto se ne stava dietro le quinte. Eppure, aveva una posizione privilegiata: un fantasma che poteva vedere e sentire ciò che avveniva in quegli angoli di assoluta privacy. O, almeno, così credevano le dipendenti di un'azienda meccanica di Parma fino alla fine del 2021, quando hanno scoperto che più di un occhio le osservava mentre si cambiavano e parlavano dei fatti loro negli spogliatoi della fabbrica. Telecamerine artigianali, tanto che a far scattare i sospetti, quel 2 dicembre, erano stati alcuni fili che si intravedevano attraverso la griglia di uno degli armadietti. Solo il primo dispositivo scoperto, perché lo stesso giorno ne fu trovato un altro in un aspiratore di una doccia e nelle settimane successive ne spuntarono altri quattro sparsi negli spogliatoi femminili.
Il guardone? Un insospettabile dirigente dell'azienda, peraltro in quel momento fidanzato con una dipendente della stessa società. Accusato di interferenze illecite nella vita privata, l'uomo - 54 anni, residente in provincia - è stato condannato a 1 anno e 2 mesi, in linea con quanto richiesto dal pm Lino Vicini. Il giudice Nicola Giusteschi Conti gli ha concesso la sospensione della pena, a patto che risarcisca il danno. E il risarcimento complessivo è un discreto salasso, perché sono stati disposti 3.500 euro (di cui 2.000 di provvisionale) per ciascuna parte civile. Le dipendenti che si sono costituite, assistite dall'avvocata Valentina Tuccari, sono 17, per cui il conto è presto fatto: in totale si tratta di 59.500 euro. Ammesso che la sentenza diventi definitiva.
Sono passati quasi quattro anni dalla scoperta delle prime due telecamerine, ma il percorso giudiziario è stato un po' accidentato. Dopo un primo invio degli atti a Bologna per questioni di competenza, il fascicolo era tornato a Parma, ma il pm aveva chiesto l'archiviazione. Il gip, però, accogliendo l'istanza di opposizione dell'avvocata Tuccari, aveva disposto l'imputazione coatta.
Quel 2 dicembre, appena visti quei fili dietro la griglia dell'armadietto, alcune dipendenti avevano perfino pensato a un ordigno. Subito era scattato l'allarme, e i poliziotti, arrivati in azienda, non avevano (fortunatamente) trovato bombe, ma avevano scoperto le prime due telecamerine. Nelle settimane successive l'azienda aveva deciso di far «bonificare» gli ambienti, e così erano emerse gli altri quattro dispositivi. Sistemi fai da te, tuttavia in grado non solo di filmare, ma anche di registrare ciò che le dipendenti dicevano tra loro.
E il dirigente, poi licenziato? Come si è arrivati a lui? Nelle schede di memoria delle telecamerine sono stati trovati alcuni fotogrammi di un uomo. Un volto conosciuto in azienda, visto che la responsabile l'aveva subito identificato come uno dei dirigenti. Immagini che ieri l'avvocata Elisabetta Panozzo, difensore del 54enne, ha contestato dicendo che non sarebbero sufficienti per un'identificazione certa. Oltre a quei fotogrammi, tuttavia, ci sono le parole dell'uomo: lui stesso aveva infatti confessato ad alcune dipendenti, oltre che alla compagna, di aver piazzato le telecamerine.
Così, prima il gip che l'ha fatto finire sotto processo e ieri il giudice, nessuno ha avuto dubbi: era suo lo sguardo indiscreto che si aggirava negli spogliatoi.
Georgia Azzali
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