I registi a Parma
Il cinema "dalla parte sbagliata". «Quando iniziamo un film ce lo ripetiamo sempre: mettiamo la macchina da presa nel posto peggiore».
È stata un’autentica lezione di cinema quella tenuta da Jean-Pierre e Luc Dardenne ospiti ieri pomeriggio del Parma Film Festival per una delle masterclass inserite nel programma dell’edizione 2025. Una lezione tenuta «davanti al pubblico ideale» come lo hanno definito Filiberto Molossi e Benedetta Bragadini aprendo l’incontro al cinema Astra davvero strapieno per l’incontro con i fratelli registi, due volte vincitori della Palma d’oro e una del Premio della giuria a Cannes, venuti ad accompagnare il nuovo film «Giovani madri» presentato in anteprima al festival. La costruzione della storia, la scelta degli attori, le regole produttive, la realizzazione di una scena, fin nel dettaglio: rispondendo alle domande del pubblico (composto in larga parte da giovani e da studenti dell’Università) i Dardenne hanno parlato per oltre un’ora e mezza della loro opera, svelando segreti, raccontando curiosità, disegnando il loro modo di fare cinema «dalla parte degli ultimi».
«L’unico modo per arrivare al risultato è il lavoro - hanno detto cercando di spiegare la costruzione dei personaggi “alla Dardenne” -. Quando scegliamo i nostri attori esiste già una sceneggiatura, ma quando iniziamo il casting non abbiamo idea di che volto possa avere il protagonista. Incontriamo un centinaio di attori per ogni ruolo e iniziamo a fare prove con ognuno. Poi la selezione si assottiglia e i provini diventano più mirati. Facciamo alcuni test in particolare, ad esempio chiediamo di fingere di rispondere al telefono in una conversazione. Ecco per noi è molto più importante il silenzio, vedere un attore che finge di aspettare qualcuno. È molto più difficile fare questo rispetto che interpretare un dialogo».
Così è nata la scelta per personaggi come Rosetta, la protagonista del film Palma d’oro, interpretato da Émilie Dequenne (emozionante il ricordo dell’attrice scomparsa nel marzo di quest’anno nel montaggio di immagini passato sullo schermo in apertura dell’incontro), così nasce il «cinema sociale» dei Dardenne, diventato un vero e proprio marchio nella cinematografia europea contemporanea.
«Prima del dialogo per noi è fondamentale il corpo: come un personaggio cade e si rialza, come corre e si sposta. La nostra macchina da presa mette sempre il corpo in primo piano. Poi l’interprete, una volta fatta la scelta, si appropria del personaggio e lo trasforma a sua volta. Il nostro un cinema sociale che può cambiare il mondo? Noi filmiamo delle persone, non dei personaggi, raccontiamo individui e non scegliamo dei ruoli. Filmiamo attraverso una macchina da presa ma poi è il personaggio che parla direttamente allo spettatore. Non ci mettiamo mai dalla parte di chi deve insegnare qualcosa al pubblico, ripetiamo sempre che noi “mettiamo la macchina nel posto peggiore.” Non diamo risposte ma suggeriamo le domande».
E il processo creativo come avviene? L’essere fratelli è un aiuto o un ostacolo? «Il lavoro avviene in più momenti, ci dividiamo i compiti. Poi il confronto è continuo, capita che uno scriva una cosa e chieda all’altro un parere. La decisione finale è un mix delle due cose, il mistero è che spesso abbiamo la stessa soluzione già in partenza...». Immancabile, e giusta, la domanda fatta da un pubblico di giovani studenti di cinema sul futuro e i consigli da dare a chi inizia questa carriera: «Serve una regolamentazione europea che sostenga il cinema, per non farlo sparire a vantaggio delle piattaforme. Ma l’unico suggerimento da dare a chi desidera iniziare questo mestiere è: siate voi stessi. E raccontate storie che vi sembrano importanti».
Lucio D’Auria
© Riproduzione riservata
Gazzetta di Parma Srl - P.I. 02361510346 - Codice SDI: M5UXCR1
© Gazzetta di Parma - Riproduzione riservata