INTERVISTA AL DIRETTORE AMERICANO
La Fondazione Toscanini ha dato ieri il benvenuto Kent Nagano come Principal Artistic Partner della Filarmonica Arturo Toscanini. Il direttore statunitense aveva già collaborato con l’orchestra in un emozionante concerto in Piazza Duomo nel luglio del 2024.
Quando e come è arrivato l’istante in cui ha capito che sarebbe diventato un direttore d’orchestra?
«Se si chiedesse a dieci diversi direttori, ognuno darebbe una risposta diversa. Nel mio caso è avvenuto come una sorpresa. Sono cresciuto in una famiglia che aveva la fortuna di essere molto musicale e suonavamo insieme. Mi sono accorto che spesso, anche con mio padre e mia madre, davo dei suggerimenti, anche con grande decisione. Bastava questo a fare di me un direttore? No, ma come violista era abbastanza inconsueto che dessi indicazioni a mia madre che era pianista. Poi ho frequentato il coro della chiesa, anche mentre ero studente di pianoforte, e il maestro del coro mi chiedeva di aiutarlo con le prove dei bambini perché era impegnato. Questo si può considerare “dirigere”? Non lo so, forse. Poi, come studente di composizione, cercavo di mettere insieme un po’ di musicisti per ascoltare i miei brani e mi chiedevano di aiutare l’ensemble a suonare insieme. È questo “dirigere”? Poi ho cercato di studiare legge, ma negli Stati Uniti è molto costoso e per guadagnare un po’ di soldi accompagnavo al pianoforte i balletti. Un giorno, quando c’era un programma tutto di Stravinskij, il direttore si è ammalato e mi hanno chiesto di sostituirlo. Da quel giorno mi hanno chiesto di dirigere sempre più spesso e immagino di aver preso in quel periodo la decisione di dedicarmi a tempo pieno alla direzione: è stata una sorpresa, ma molto graduale nel tempo. Il mio percorso è stato molto tradizionale, rapportato a quello dei miei contemporanei, senza un’imposizione “strategica”, ma con una maturazione più organica e naturale».
Cosa l’ha colpita maggiormente nell’orchestra la prima volta che vi siete incontrati?
«Il nostro primo incontro è stato speciale e sorprendente. Ho scoperto un ensemble con una personalità e un carattere molto forte, dotato dal punto di vista tecnico. Tutti apprezziamo la globalizzazione e la standardizzazione che unisce il mondo in una comunità e ci porta tanti benefici. Nell’ambito dell’arte, però, rischia di perdersi qualcosa che, invece, dovremmo celebrare come l’unicità di ogni orchestra: incontrando i musicisti della Toscanini ho pensato che fossero dei giovani e dotati musicisti, ma decisamente non standardizzati. Riflettono molto la cultura italiana e quella parmigiana: è per questo che sono stato felice di questa collaborazione».
Come può un direttore mantenere un buon rapporto con l’orchestra?
«Il compito più importante del direttore è quello di aiutare il gruppo a raggiungere il suo massimo potenziale: siamo tutti artisti e musicisti e la questione non riguarda chi ha un compito più importante, ma di chi ha più responsabilità».
Come ha scelto il programma di questo concerto?
«Questo programma è pensato apposta per Parma: non lo avrei proposto altrove, ma è pensato proprio per questa comunità. Ho studiato la sua storia e quella europea anche quando avevo quattordici anni, ma è diverso ciò che si legge in un libro in California rispetto a quando si possono conoscere le cose di persona. Mi ha sempre colpito il forte senso di individualità e indipendenza di questa comunità e questo si può rispecchiare nella Quinta Sinfonia di Beethoven, con il suo senso di indipendenza, di eguaglianza e di rivolta all’oppressione. Conosciamo poi il legame tra Mozart e l’Italia, i suoi viaggi e ho inserito un suo concerto per pianoforte e orchestra. A prima vista si potrebbe considerare un repertorio standard, ma ha diverse caratteristiche che riflettono la storia di Parma. Poi c’è Luciano Berio e io ho il privilegio di non considerarlo soltanto un collega, ma anche un amico e abbiamo lavorato fianco a fianco per molto tempo. Celebreremo il centenario della sua nascita: un pioniere come Mozart e Beethoven».
Quali sono le sue aspettative riguardo alla collaborazione con la Toscanini?
«Ho imparato che è importante non “farsi aspettative”: sono una sorta di limitazione e di pregiudizio. Piuttosto direi che “credo” in questo ensemble e come direttore sarò un collega, un artista che lavora con altri artisti, e cercherò di aiutarli a conservare la tradizione di Parma e di portarla nella comunità internazionale, sia attraverso i media e le nuove tecnologie, ma anche fisicamente. Questa cultura e questa tradizione devono essere celebrate innanzitutto qua, ma una parte della celebrazione è quella di condividere».
Giulio A. Bocchi
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