Parma Film Festival
Casco di riccioli castani, gestualità spontanea e sorriso aperto che mostra una pacata, seria umiltà: ieri sera, salendo sul palco di un cinema D’Azeglio sold out per ritirare il Premio Maurizio Schiaretti, Filippo Scotti ha mostrato tutta la giovane effervescenza del suo talento. Un talento intercettato per la prima volta da Paolo Sorrentino che nel 2020 lo scelse per il ruolo del suo alter ego Fabietto, il protagonista di «È stata la mano di Dio».
«Sono un grande fan di Sorrentino - ha esordito l’attore venticinquenne - e quando, il primo giorno sul set, Paolo si è presentato dicendomi: “Vuoi un cornetto e un caffè?”, io ero totalmente imbambolato, volevo solo andarmene, ma lui e l’intera troupe mi sono stati vicini dandomi le dritte giuste. La Mostra di Venezia, poi, è stata un’esperienza meravigliosa e inaspettata dopo il tempo sospeso del Covid». Il premio Mastroianni, vinto in Laguna, ha spianato la strada verso collaborazioni di primo piano; eccolo così calarsi nei panni dell’anonimo scrittore al centro de «L’orto americano» di Pupi Avati. «Fare cinema con Pupi è una scuola: ho provato un grande piacere nell’ascoltarlo perché ha una capacità di lògos straordinaria. Mi ha anche portato a Davenport, nell’Iowa: abbiamo girato nella casa leggendaria del jazzista Bix Beiderbecke che Pupi ha acquistato». E, infine, Scotti è diventato Giulio, il timido studente di architettura che cammina attraverso «Le città di pianura», il cult italiano dell’anno. «È stato un set pieno di citazioni, consigli, suggestioni: Francesco Sossai la prima volta che ci siamo incontrati mi ha regalato i “Sillabari” di Parise per abitare con più consapevolezza e armonia lo spazio scenico. Li ho aperti e ho sentito davvero le vibrazioni giuste». In chiusura una lucidissima riflessione sul mestiere dell’attore: «Anche se il set può essere stressante, il nostro è un lavoro bellissimo che però non deve mai scivolare nell’autocompiacimento. Bisogna fare in modo che il nostro sia sempre un individualismo altruista e il nostro sguardo rimanga focalizzato sulle grandi tragedie in corso nel mondo».
Filippo Marazzini
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