ROCCABIANCA
Dieci anni di peripezie e di «calvario». Così si potrebbe riassumere la vicenda del ponte sul Po «Giuseppe Verdi» che collega Emilia e Lombardia, Parmense e Cremonese, nel tratto compreso tra Polesine Zibello, Roccabianca e San Daniele Po. Ponte aperto al traffico esattamente 45 anni fa (era il 1980) ma, da dieci, ha problemi strutturali ed i lavori per rimetterlo «in sesto» sono tuttora in corso.
In questo decennio si sono alternati sindaci ed amministratori, presidenti di Provincia; il solo «superstite» ancora in carica è Alessandro Gattara, allora vicesindaco a Roccabianca, ora sindaco. «Il 20 novembre 2015 – ricorda Gattara - arrivò la segnalazione che avrebbe segnato l’inizio di una lunga stagione di lavori e disagi: una trave spezzata nel tratto in golena del ponte Verdi. La Provincia di Parma intervenne immediatamente installando un semaforo per consentire il transito solo sulla parte sicura dell’impalcato. All’epoca il problema non apparve subito in tutta la sua gravità, ma era chiaro che non si sarebbe risolto facilmente né rapidamente. Il ponte, costruito tra il 1978 e il 1980, mostrava già un avanzato stato di ammaloramento. Anni di scarsa – o nulla – manutenzione ordinaria avevano portato quella struttura lunga 2,5 km a un livello di degrado critico dopo appena 35 anni dalla realizzazione. Dal Dopoguerra – prosegue - la politica locale ne aveva discusso e conteso la paternità, poi finalmente l’opera era stata realizzata. Ora, però, si rischiava seriamente di perderla per incuria».
Il sindaco di Roccabianca ricorda come fosse, quello, un momento «particolarmente complesso per le Province, dopo la riforma Delrio e in attesa dell’esito della riforma costituzionale che intendeva abolirle, la Provincia di Parma, con presidente Fiippo Fritelli, decise di vendere alcune quote delle Fiere di Parma, ricavando 1 milione di euro. A questa somma si aggiunse un ulteriore milione stanziato dalla Regione Emilia-Romagna tramite fondi statali della Protezione civile. Due milioni di euro complessivi per mantenere il ponte Verdi transitabile, seppure con forti limitazioni. Andarono invece a vuoto i tentativi di coinvolgere la Regione Lombardia. I primi lavori – ricorda ancora - partirono nell’autunno 2016 e fu subito evidente che le risorse disponibili non sarebbero bastate. A ottobre 2017 i senatori Giorgio Pagliari (Parma) e Luciano Pizzetti (Cremona) ottennero l’approvazione di un emendamento al Dl fiscale che assegnò ulteriori 6 milioni di euro, nell’ambito di un pacchetto più ampio da 35 milioni destinato ai ponti sul Po. Durante gli interventi – talvolta con ponte chiuso, talvolta con restrizioni di portata, sempre con senso unico alternato e limite di velocità – non è stato semplice far rispettare le prescrizioni. In molti casi si è assistito a comportamenti imprudenti, con grave sottovalutazione del rischio da parte di chi transitava. Nel maggio 2020 - racconta - arrivò un nuovo annuncio: un Dm da 20 milioni di euro firmato dal ministro Paola De Micheli, ma preparato dal suo predecessore, il cremonese Danilo Toninelli. Si avviò anche una valutazione sull’ipotesi di un nuovo ponte almeno nel tratto in alveo, ma lo studio fu subito accantonato: l’opera sarebbe costata circa dieci volte di più. Dopo oltre quattro anni, sono partiti finalmente anche i lavori più rilevanti, quelli nel tratto in alveo e direttamente in acqua. Una volta conclusi – secondo le previsioni nel 2026 – il ponte non sarà nuovo, ma avrà standard di sicurezza nettamente superiori rispetto a dieci anni fa. Guardando indietro – ammette - al di là delle polemiche e delle proteste durante le chiusure, oggi si può dire con certezza che nulla era scontato: il rischio di perdere il ponte Verdi è stato reale. Ora quel rischio è alle spalle. Restano da completare gli ultimi delicati interventi, che permetteranno finalmente di rimuovere le limitazioni al transito. E nel frattempo molta acqua è passata sotto quelle campate, ricordandoci quanto sia stato lungo e complesso questo percorso. Serva almeno da lezione».
Paolo Panni
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