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Un premio dal Cai

Nicolò Guarrera: «Il mio viaggio a piedi intorno al mondo»

Nicolò Guarrera: «Il mio viaggio a piedi intorno al mondo»

di Antonio Bertoncini

28 Novembre 2025, 03:01

Nicolò Guarrera, in arte “Pieroad”, 32enne di Malo (Vicenza), ha fatto il giro del mondo a piedi in 1862 giorni: in 5 anni, ha camminato per 36.146 chilometri insieme al fedele «Ezio», il carretto a tre ruote, suo inseparabile compagno di avventura dalla partenza all’arrivo.

A Guarrera, il Cai di Parma conferirà il premio «Luigi Leoni» il prossimo martedì alle 21 al Cinema Astra, a riconoscimento di un’impresa straordinaria che non è propria di uno scalatore, ma che ha molto a che fare anche con le montagne disseminate in quattro continenti del pianeta. La serata sarà ad ingresso libero per tutti gli amanti della montagna e dell’avventura.

In vista dell’evento, abbiamo intervistato il destinatario del premio.

Cominciamo dalla fine: al ritorno dalla sua straordinaria impresa lei ha scritto sui suoi social: «A 24 anni inseguivo un sogno, un’avventura a modo mio, perché mi piace la vita bella, non la bella vita». Cosa voleva dire?
«Tutti sanno cos’è la bella vita, quella legata agli agi e al lusso, invece ciascuno di noi è chiamato a scoprire la vita bella, quella fatta di valori, di sogni, di scelte. Io ho provato ad inseguirla, ho vissuto un’esperienza indimenticabile, ma solo il tempo dirà se sono sulla strada giusta per una vita bella».

È partito con il fido Ezio, l'indispensabile compagno di viaggio, nell’agosto 2020, carico di entusiasmo ma consapevole delle tante incognite di un mondo da scoprire: cosa si porta a casa di questi 5 anni?
«Mi porto a casa tanta gratitudine: per l’accoglienza che ho ricevuto, per le persone che ho conosciuto, per quello che ho visto e vissuto, ma anche verso per la persona che ha fatto quella scelta meditata otto anni fa, cioè per me stesso, pur consapevole del grande azzardo a cui andavo incontro e dell’esito non certo della missione».

Riavvolgendo il nastro del tempo, lo rifarebbe o cambierebbe qualcosa?
«Rifarei tutto. È stata un’esperienza incredibile: piena, densa di contenuti, significativa, stimolante. Dalla progettazione del viaggio fino alla sua fine, ho vissuto sette anni, un quarto della mia vita, andando in un’unica direzione».

36.000 chilometri a piedi sono tanti. C’è stato un momento in cui ha pensato di mollare tutto e tornare in aereo?
«Mai. Ho vissuto tanti momenti di difficoltà, ho fatto i conti con lo sconforto e con la nostalgia, ma non c’era nessun piano “B” e non ho mai pensato di mollare».

Dei cinque continenti ne ha attraversati quattro: non hai camminato in Africa e neppure in Nord America. Come ha scelto l’itinerario?
«È stata una scelta obbligata: era il tempo del Covid, quindi nel nord America non avrei potuto entrare. Ma c’è anche un’altra ragione: se fossi andato negli USA, non avrei potuto entrare con il passaporto in altri Paesi che mi interessavano di più, in particolare l’Iran. Il mio percorso mi ha tenuto lontano anche da Cina e Russia perché ho scelto di stare a sud, e perché la Russia è in guerra. Anche l’Africa sarebbe stata incompatibile con il mio itinerario».

Quanto ha camminato al giorno?
«Facevo praticamente una maratona: oltre 40 km di cammino per i giorni in cui ho camminato, circa la metà di quelli che ho impiegato per fare il giro del mondo perché bisogna tenere conto di soste e mezzi alternativi per l’attraversamento degli Oceani».

Un incontro che più di altri le ha lasciato il segno?
«Senza alcun dubbio, quello con Belén, una ragazza cilena che è stata per un po’ mia compagna d’avventura. È una biologa appassionata di Natura e botanica capace di interpretare i miei valori. Le nostre strade si sono per forza divise, ma la stimo parecchio».

Il momento più difficile?
«La traversata dell’Atlantico su un catamarano mi ha messo a dura prova. Sono stati 33 giorni di forte stress, senza contatti con il mondo, in uno spazio angusto in mare e con compagni di viaggio con cui avevo poco in comune. Mi ha portato in America centrale, e da lì ho ripreso il cammino»

Il Paese che le è rimasto nel cuore?
«L’Iran. Ho potuto conoscere dal vivo la civiltà di un popolo che si è mostrato straordinariamente ospitale, con grandi potenzialità. Grande cultura, grande storia, peccato che la vita sia condizionata da come è governata. Ci tornerei domani».

Ci parli del rapporto con Ezio
«Per 5 anni è stato un confidente, amico, ascoltatore, spalla, molto più di un oggetto senz’anima. Senza Ezio, il giro del mondo non ci sarebbe stato. È finito k.o. a pochi chilometri da casa, ma è ancora qui con me».

Una curiosità: fra deserti, mari, alta montagna, ha attraversato i posti più sperduti del pianeta: come ha potuto tenere in funzione il cellulare?
«Mi sono arrangiato. Lo mettevo in modalità «aereo» e «risparmio batteria», lo caricavo appena possibile e solo negli ultimi sei mesi sono riuscito a farlo con un pannello solare portatile».

È diventato un personaggio, i followers aumentavano con i chilometri percorsi. Se lo aspettava?
«Francamente non ci contavo. Il boom di followers è stato l'anno scorso, quando stavo attraversando l’Armenia. Anche le sponsorizzazioni più significative le ho trovate durante il viaggio: Ferrino sponsor tecnico e un’agenzia di comunicazione di Milano».

Nella sua vita cambia qualcosa dopo l’avventura che ha vissuto?
«Ancora non lo so. Si vedrà se si registrerà un cambio radicale o se influirà poco sul mio futuro. Per ora sto scrivendo un libro sul giro del mondo in 1862 giorni. Resta il fatto che non sono più la persona che è partita: mi porterò dietro un bel bagaglio di ricordi, esperienze e la serenità di un sogno realizzato».

Antonio Bertoncini

© Riproduzione riservata

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