Intervista
C’è la Storia, con la S maiuscola. E ci sono le storie. A volte si intrecciano, a tratti si sovrappongono. Mario Calabresi ha il dono di cogliere i punti di contatto dove le piccole grandi storie di ognuno diventano Storia e poi riprendono il loro corso, che fatalmente non sarà più lo stesso. I racconti di Mario Calabresi – giornalista, scrittore e, sì, figlio del commissario Calabresi ucciso nel 1972 quando le ideologie impugnavano la pistola – ci fanno rimbalzare dalla Storia alle storie con la precisione del cronista e la profondità di chi ha imparato a leggere la vita troppo presto. Se poi parliamo di anni ‘70, ferita non ancora rimarginata del Paese, il discorso si fa ancora più complesso. Tanto che la pagina scritta non basta più. E nemmeno la bellissima newsletter «Altre Storie». Allora «Anni Settanta. Terrore e diritti» diventa un racconto teatrale. Venerdì alle 21 lo spettacolo che Calabresi sta portando in giro per l’Italia con Benedetta Tobagi e Sara Poma farà tappa al Teatro Regio.
Come nasce il progetto? Dalla necessità di fare i conti con la propria storia?
«No, quelli li ho già fatti tempo fa con “Spingendo la notte più in là” per dire alcune cose che pensavo fossero fondamentali nel dibattito pubblico su quegli anni in cui la voce degli ex terroristi era totalmente predominante. Volevo offrire un punto di vista diverso e permettere di capire esattamente la devastazione che ha fatto il terrorismo. Questo spettacolo invece nasce da una serie di momenti se vuoi casuali, quando parlando agli studenti avviati alla maturità mi sono reso conto che avevano un’idea molto vaga degli anni ‘70. Sì, Piazza Fontana, Aldo Moro rapito e ucciso, ma quando ho fatto la domanda in un liceo a Torino su chi avesse messo la bomba a Piazza Fontana, la maggioranza ha risposto prima la mafia e poi le Brigate rosse. Ho pensato che, siccome a scuola non si arriva a parlare degli anni '70 e sono passati ormai cinquant’anni da quella stagione, è tempo di fare un lavoro sulla memoria. Ho chiamato Benedetta Tobagi, che conosco da anni e già tiene corsi agli insegnanti proprio per spiegare gli anni 70. Nasce così lo spettacolo, una sorta di lavoro teatrale, nel quale rimettiamo in fila i pezzi».
Soprattutto per chi non c’era…
«Per chi non c’era e non ne sa nulla ci siamo messi a scrivere questa cosa avendo a cuore due priorità: che si spiegasse bene cosa è stata la stagione del sangue e del terrore a due facce (quella delle stragi di destra neofasciste e quella del terrorismo di matrice comunista) e raccontare bene però anche il decennio in cui si sono fatte più riforme nella storia d’Italia».
Lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto…
«Certo. Ma non solo. Rendiamoci conto che prima del 1975 una madre non poteva firmare una giustificazione del figlio... Fu un decennio in cui la società chiedeva cambiamenti e la politica fu capace di ascoltare. La legge Basaglia che chiude i manicomi e ripensa la malattia mentale viene approvata quattro giorni dopo l’omicidio di Aldo Moro, in un Paese devastato dal sangue e dalla sofferenza ma capace di continuare a riformarsi».
Terrorismo e riforme sociali: due opposti che si toccano?
«Sono due aspetti che hanno in comune una richiesta fortissima di cambiamento. La società italiana uscita dal fascismo nonostante il boom resta sostanzialmente nelle sue strutture, nelle leggi, negli apparati quella del Ventennio. Per capirci: fino all’inizio degli anni '70 la pillola anticoncezionale era proibita in quanto reato contro la stirpe. In quell’Italia in cui più di un terzo della popolazione era formato da minorenni, si sprigiona un’energia di cambiamento pazzesca. La parte sana viene incanalata dalla politica (attenzione: una politica che era capace di rispondere alle istanze della società mentre oggi c’è uno scollamento totale con la realtà), ma dall’altro lato c’è il massimalismo, l’idea malata che il riformismo sia una perdita di tempo e ci sia una strada maestra per accelerare tutto: la rivoluzione. Gruppi di ragazzi iniziano a pensare alla lotta armata, prendono i modelli dal Sud America. Ma non basta: c’è la parte più conservatrice che dice no al cambiamento, che si ispira alla Grecia dei colonnelli, alla Spagna di Franco, al Portogallo di Salazar. Che vuole rimettere ordine con azioni provocatorie, da Piazza Fontana a Piazza della Roggia a Brescia, pensando a una svolta autoritaria. In mezzo a questa tensione potentissima, la politica riuscì a fare riforme».
Lo spettacolo, dopo le grandi città, fa tappa in provincia. Cambia qualcosa nella narrazione?
«Qualcosa che cambia nello spettacolo c’è sempre. C’è un’intelaiatura ma siccome, ahimè, le vittime del terrorismo sono più di cinquecento raccontiamo storie simboliche e allarghiamo alcuni temi a seconda dei contesti».
Dopo anni di direzione di quotidiani, il palco...
«Nel teatro stanno succedendo cose che non ci saremmo immaginati. Era in grande declino e invece oggi vive una nuova stagione. Penso a Stefano Nazzi che racconta le sue indagini, a Cecilia Sala che parla di Iran… In un mondo che è diventato digitale, c’è una forte richiesta di senso e di cose vissute dal vivo, fisiche, tangibili, reali».
Aldo Tagliaferro
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