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Il caso

Il gioco in Cittadella che «resiste» alle condanne

Il gioco in Cittadella che «resiste» alle condanne

di Roberto Longoni

02 Dicembre 2025, 03:01

Così era, così è rimasto e così è ancora. Si sommano anni e sentenze, ma il gioco in Cittadella che costò a una bimba la frattura scomposta di una gamba e all’amministrazione comunale una condanna è ancora lì, uguale a sé stesso, alto i 90 centimetri di troppo per i quali fu «condannato» già nel 2023. Ora, il bis, con la conferma in appello del verdetto di primo grado.

Ancora una volta vincenti, ma amareggiati i genitori: recalcitranti, dopo avere atteso mesi, avevano fatto causa soprattutto nella speranza che finalmente si intervenisse per eliminare ciò che ai loro occhi - e per la loro esperienza - restava un pericolo. Ma dopo otto anni abbondanti la struttura per l’arrampicata in Cittadella è la stessa di allora. Era il settembre del 2017, quando Sibilla (il nome è di fantasia), che vi si era arrampicata con il fratellino e alcuni amichetti, rovinò da un’altezza di due metri e 20. Cadde tra l’altro su una superficie inadatta ad attutire gli urti (un tappeto di corteccia di pino non abbastanza spesso) e si ruppe un femore. La madre, che si era allontanata un attimo, richiamata da un’amica trovo la figlioletta, allora di soli sei anni, a terra in lacrime.

Servirono due operazioni per ricomporre la frattura (e altre serviranno per eliminare le cicatrici). La bimba fu poi costretta a letto per mesi, in Pediatria e poi a casa. I compagni di scuola, in prima elementare, li avrebbe conosciuti in novembre, facendo il suo ingresso in classe su una sedia a rotelle. Solo a Natale poté farne a meno, ma costretta alle stampelle per camminare: le avrebbe usate fino alla fine del marzo seguente.

In primo grado, fu soprattutto una battaglia di perizie. Emersero difformità nel montaggio del gioco rispetto a quanto previsto dall’azienda produttrice e nessuno poté produrre le istruzioni né i rapporti delle manutenzioni e delle ispezioni periodiche né prove di eventuali test d’urto. La difesa del Comune sostenne che la madre avrebbe dovuto sorvegliare la bambina, come raccomandato anche da un cartello affisso accanto al gioco in questione.

Ma nelle motivazioni il giudice obiettò che solo arrampicandosi con la figlia e tenendola stretta a sé la donna avrebbe potuto impedire a Sibilla di cadere. Una manovra – puramente teorica – in contrasto con l’obiettivo del gioco di «consentire lo sviluppo di un’autonomia fisica e psicologica del bambino». Dello stesso avviso, i giudici della Seconda sezione civile della Corte d’appello di Bologna.

Una sentenza bis, per una situazione inalterata. «Confermate l’inadeguatezza e la pericolosità di quel gioco» sottolinea Francesco Groppi, l’avvocato dei genitori, per poi concludere: «Al momento dell’incidente la bambina era in prima elementare, ora è al liceo, e quella struttura per arrampicata campeggia ancora nell’area giochi della Cittadella».

Roberto Longoni

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